L’ultima corsa del leone

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E’ possibile scorgere Fauja Singh nell’umida mattina di Ilford, in pieno East End londinese, mentre corre per le strade divorando i chilometri. Passerebbe di certo inosservato, come uno dei tanti appassionati di jogging che scalpicciano sui marciapiedi per smaltire i chili di troppo delle feste, se non fosse per la barba bianca incolta e il turbante arancione. Se un poliziotto lo fermasse e gli chiedesse un documento d’identità, probabilmente resterebbe sbigottito nel leggere che Fauja è nato nel villaggio indiano di Bias Pind il primo aprile 1911. Se si soffermasse sulla professione indicata penserebbe di avere le traveggole o di essere vittima di qualche brutto tiro, forse riconducibile al giorno di nascita dell’attempato corridore: Fauja Singh è il maratoneta più anziano del mondo. Ha assistito a due conflitti mondiali, l’indipendenza del proprio paese natio, una guerra fredda e l’alba del nuovo millennio, ma lui è fatto così, la vita la prende di corsa. E pensare che trent’anni fa tutto avrebbe pensato, meno che ritrovarsi a correre per quarantadue chilometri e centonovantasei metri in giro per il mondo. Allora, come il leggendario maratoneta greco Spyridon Louis, era solo un contadino impegnato a crescere cinque figli con la moglie. Ma quando lei muore insieme ad un figlio, il mondo intero crolla sulle spalle di Fauja, e il peso è troppo anche per uno che per tutta la vita ha combattuto contro pioggia e siccità, uccelli e afidi, fatica e dolore.

Ma ecco che arriva l’illuminazione. “Run like hell”, “Corri come un matto” cantano i Pink Floyd, ed è ciò che fa lui. Ad ottantanove anni suonati indossa le scarpe da ginnastica e muove i primi passi. Un chilometro, poi due, tre e così via, fino a diecimila metri al giorno. Ci vuole coraggio a fare una cosa simile, quando le ossa sono rigide, i muscoli stanchi e la pelle cotta dal sole, ma il cuore Fauja ce l’ha nel nome: Singh, “leone”, segno indelebile della sua dedizione al sikhismo. In osservanza alla sua fede non ha mai tagliato la fluente barba, e ha sempre mantenuto il fisico in perfetta forma con una dieta ferrea. Mai toccata una sigaretta, mai bevuto un sorso di alcol in tutta la vita, alla faccia dei culturisti alle prese con shake, energy drink, pillole e ormoni. Se la “droga” dell’atleta olimpionico Lasse Viren era, parole sue, il latte di renna, quella di Fauja è un’alimentazione vegetariana. Niente carni e grassi animali: per tenere lontano il dottore basta una mela al giorno, ma anche frutta di stagione, ortaggi e verdure di ogni genere. E tanta, tanta corsa. Alla sua prima maratona sembra un povero illuso convinto di essere un temerario, che probabilmente avrà bisogno del defibrillatore dopo il primo banco di rifornimento. Questo almeno è ciò che pensano i preparatissimi partecipanti, europei dalle divise AAA (Attillate, Aerodinamiche, Antitutto), etiopi emuli di Bikila che corrono a piedi nudi (ancora oggi mi chiedo se non sia questo il segreto della loro stupefacente resistenza), asiatici decoubertiniani (l’importante è partecipare, se non vincerò un sorriso spazzerà via tutto) ed americani agguerritissimi muniti di mappa satellitare. Ma Fauja arriva fino alla fine, e segna tempi sempre più stupefacenti: il suo migliore a Toronto nel 2003, cinque ore e quaranta minuti.

La sua fama cresce sempre di più e la sua presenza alle più importanti gare di fondo del mondo diventa un habitué, tanto che l’Adidas lo affianca a giganti come David Beckham e Muhammad Alì per la sua campagna pubblicitaria “Impossible is nothing”. Insieme sembrano usciti fuori da un vecchio spaghetti western: invece de Il buono, il brutto, il cattivo loro sono Il bello, il gigante, il leone. Come i migliori sportivi degni di questo nome, Fauja dona in beneficenza i cospicui guadagni e si trasferisce in Inghilterra, dove vive ancora oggi. A febbraio ha corso la sua ultima maratona a Hong Kong. Il leone col turbante non perpetuerà più la memoria del messaggero Filippide, ma continuerà ad allenarsi ogni giorno. Perché la vita è un’antilope che scappa veloce, cambia repentinamente direzione e ha riflessi prontissimi, per questo è difficile coglierla di sorpresa. Allora l’unica possibilità è quella di rincorrerla, finché le zampe saranno salde a terra. Ciò che verrà poi è un’altra storia, ma ora bisogna correre. Run. Run like hell.

Cresciuto a pane, Rowling e Topolino, grazie ai libri di Beppe Severgnini ho scoperto la mia grande passione, il giornalismo. Trascorsi nove duri mesi di scuola alle prese con Euripide e Cicerone, durante l'estate collaboro con diverse testate e scrivo racconti. Amo i libri di Stephen King, la saga di Rocky e soprattutto il rock. I miei sogni? Non hanno limiti. Se è vero che, come cantano gli Europe, siamo tutti prigionieri in Paradiso, allora sognare è il modo per liberarci. Che stiamo aspettando? C'è tutto il Paradiso che ci attende! Cell.: 3317181577 Città: Caltagirone (CT) Blog: prigionierinparadiso.blogspot.it