L’uomo può vivere senza Dio?

0

Sono tantissime le campagne ateo-agnostiche negli ultimi tempi, passando dalle più palesi, come quella che voleva la scritta “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno” sugli autobus genovesi, alle più dibattute come quella contro il controcifisso, a quelle più ridicole e originali come quella dello “sbattesimo”. Con questa, in particolare,  si incitano soprattutto i soggetti più deboli, magari i più giovani, ad attuare le pratiche per la cancellazione dei dati relativi al proprio percorso spirituale nella propria parrocchia,  in modo da rendere notoriamente pubblico il  proprio allontanamento dalla fede.

I committenti di queste campagne non possono che essere loro, gli esponenti della UAAR, l’unione degli atei e degli agnostici razionalisti. Essi accusano profondamente le istituzioni religiose di promuovere l’ignoranza tra la gente e la discriminazione sociale tra chi si rispecchia in un altro credo o in un’altra posizione.

Al contrario, essi, contando sulla razionalità,  possono garantire l’uguaglianza. Ma in che modo?
Togliendo crocifissi, convincendosi che Dio forse non esiste e collezionando sempre nuovi scienziati illustri tra i membri d’onore della loro  associazione. E’ strano notare come, facendo quest’ultima cosa, stiano riabilitando l’”ipse dixit”, proprio loro che si dichiarano sostenitori della dimostrabilità scientifica.

Sono per lo più agnostici, ma non mancano gli atei. L’agnosticismo è lo stato per cui un individuo non si sente in grado di dare una risposta relativa alla questione dell’esistenza di Dio e volendolo associare a qualche corrente filosofica  sembrerebbe derivare dallo scetticismo. Gli agnostici tendono ad essere molti sicuri di sé, quantunque questo sembri un paradosso, dato che essere agnostico significa aver dubbi. Sono sicuri di sé perché credono che il loro approccio alla questione religiosa sia il più onesto e corretto: una prova di questa sicurezza è il fatto stiano  combattendo le loro battaglie con fermezza e caparbietà:  lo “sbattesimo” è stato alla fine riconosciuto dal garante della Privacy dopo estenuanti dibattiti. Nonostante la fermezza – che dovrebbe essere solo di chi ha veramente ragione- restano pieni di contraddizioni: i membri che si dicono atei o agnostici  in realtà non lo sono, non perché credano in Dio, ma perché sono contro Dio. Ateo infatti significa senza Dio, perciò a un ateo non dovrebbe importare nulla di vedere un Cristo crocifisso in un aula scolastica, ma ne dovrebbe rimanere soltanto indifferente, senza tirare in ballo false argomentazione come quella della discriminazione. Ed è per questo che semanticamente “ateo” e “agnostico” stanno sfumando nel ben diverso significato di “anticristiano”.

Sono agnostici – ripeto- ma non hanno dubbi. Dicono che vivere secondo le loro convinzioni è già uno stile di vita, a loro parere il  più conveniente. Ritengono inoltre che questa idea abbia una base empirica, ma vediamo ora perché anche questa convinzione è sbagliata. Prima ancora che questa associazione dicesse che conviene vivere come se Dio non esistesse, c’aveva già pensato il filosofo e matematico Pascal a dare una sua interpretazione a riguardo.

Commentando dati derivanti da calcoli probabilistici, illustrò  con fondamenti matematici quanto può essere utile accettare l’esistenza di Dio e agire nel suo rispetto, dando una risposta concreta, tangibile e convincente  anche a chi non sentiva di aver ricevuto il dono della fede o non riesce ad accettarlo. Volendo spiegare questa teoria in modo lineare, la possiamo immaginare viaggiante su due supposizioni parallele e distinte. Partiamo dal  presupposto che non sappiamo effettivamente se Dio esiste o meno. Ipotizziamo allora che non esista:  cristiani, atei e agnostici sarebbero tutti sullo stesso piano, nessuno di questi dovrà rendere conto del proprio operato. Chi  avrà condotto una vita libertina nella mancanza di rispetto verso il prossimo non sarà punito; d’altra parte, il vero  cristiano, quello fedele all’insegnamento di Cristo non avrà rimorsi per una vita vissuta all’insegna della morigeratezza e integrità di comportamento. Ma se al momento della morte o più in là nel tempo, ci attende un Dio buono e giusto che sancirà definitivamente il nostro destino, vediamo come le nostre condizioni si alterano nettamente:  l’infedele, respinto all’inferno, non conoscerà mai la vera felicità  mentre l’individuo sempre fedele riceverà un premio infinitamente grande (la salvezza eterna) tanto che un tempo vissuto nel sacrificio e nella mortificazione perderà di senso di fronte all’eternità dei momenti ininterrotti di gioia e felicità che lo attendono.

Al di là delle idee che ogni individuo può essersi fatto più o meno liberamente, mi sembra evidente che ateismo e agnosticismo restano molto sterili, sotto vari punti di vista, compreso quello politico. Chi abbraccia  una delle due convinzioni è destinato a perder ogni punto di riferimento, non saprà più cosa sia giusto fare perché le sue idee sono prive di una base di speranza per il  futuro.
Non mi sembra neanche che rappresentino una vera alternativa alla scelta del credente: è poco serio ostinarsi a credere nel proprio non-Dio più di quanto un credente possa farlo con Dio stesso.
Il problema principale risiede tuttavia  nell’impossibilità  di  determinare  se   valga la pena di vivere in un mondo vuoto e indifferente alla storia dell’uomo. Non dimentichiamoci di come persino menti salde come quella del grande filoso Spencer abbiano dovuto fare i conti con queste idee. Egli passò gli ultimi anni della sua vita a domandarsi se fosse il caso di suicidarsi o meno, ormai completamente cieco all’importanza degli affetti, alla dimensione solidale della vita umana.

 

Cogitoetvolo