Malala, guerriera della pace

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“14 gennaio: oggi ero di cattivo umore mentre andavo a scuola perché da domani cominciano le vacanze invernali. Il preside ha annunciato le vacanze, ma per la prima volta non ha menzionato la data di riapertura della scuola. In passato la data di riapertura è stata sempre annunciata in modo chiaro. Il preside non ci ha informati circa la ragione che sta dietro questo mancato annuncio, ma la mia ipotesi è che i Talebani abbiano annunciato un divieto di istruzione per le ragazze dal 15 gennaio”.

Malala nel 2009, quando scrive queste righe, deve ancora compiere dodici anni. È una studentessa di Mingora, nello Swat District, in Pakistan. Ha avuto il privilegio di allestire un blog sul sito della BBC, quasi per caso: un reporter pakistano impiegato presso la televisione britannica aveva chiesto a suo padre se nella sua città ci fossero donne disposte a raccontare cosa significasse vivere sotto il regime talebano, che proprio in quei mesi occupava militarmente la regione. Aisha, una ragazza di quattro anni più grande, si offre volontaria, ma viene subito dopo dissuasa dai suoi genitori e parenti, per paura di rappresaglie talebane. Malala non ha paura. Malala non vacilla. Nonostante la sua età, il suo blog parla al cuore, a quella parte del cuore in cui si dice alberghi il coraggio, quell’impulso di cui tanti adulti hanno dimenticato l’esistenza.

La furia talebana non si fa attendere nella città di Malala e in tutta la regione: nelle piazze giacciono già i corpi decapitati di tanti poliziotti, i divieti si moltiplicano, la musica è bandita, la televisione superata, l’arte è immondizia, la scuola non serve. Non serve soprattutto alle bambine, alle ragazze, alle donne, con la loro voglia di essere protagoniste dei loro tempi: scuole distrutte, futuro negato.

Malala comprende tutto questo, lo vive con rabbia, delusione, speranza di cambiamento. Le sue parole cominciano a diventare incitamento, rivolta, ribellione: i talebani cominciano a temere una ragazzina, che con le sue parole, semplici eppure così intense, ferisce più di un fucile, fa sanguinare l’orgoglio di persone senza scrupoli e senza Dio.

Le minacce si fanno più frequenti, ma la popolarità di Malala aumenta a dismisura: ormai è un’attivista vera e propria, le sue apparizioni pubbliche non sono una novità, si affaccia anche il sogno della politica, che si sostituisce al precedente progetto di studiare medicina: “Ho un nuovo sogno…Devo entrare in politica per salvare questo Paese, devo risolvere i tanti problemi del nostro Paese”. Un nuovo sogno. Tanti anni dopo Martin Luther King, un nuovo sogno di pace, nel viso di una piccola creatura che pensa come un adulto. O forse no. Pensa come i ragazzi che si accostano con fiducia alla vita, che ne assaporano ogni istante sapendo di non potersi permettere la mollezza della comodità, l’ozio della ragione.

Nel 2011 il mondo già conosce Malala e la sua spregiudicata voglia di vivere, di combattere. Desmond Tutu annuncia la sua nomination per l’ International Children’s Peace Prize, premio assegnato da KidsRight Foundation, un’organizzazione in difesa dei diritti dei bambini e dei ragazzi. Subito dopo arriva per lei il National Youth Peace Prize, assegnatole nel suo Paese. È l’inizio dell’inferno. I Talebani rendono ufficiale la loro intenzione di uccidere questa scomoda ragazzina che “considera Barack Obama il suo idolo”.

La sua risposta? “Anche se verranno per uccidermi, dirò loro che quello che stanno cercando di fare è sbagliato, che l’educazione è il nostro diritto fondamentale”.

Il nove ottobre di quest’anno i Talebani hanno provato a distruggere il sogno di Malala Yousafzai, guerriera della pace (il suo nome rimanda, appunto, alla poetessa guerriera Malalai Anaa, eroina afgana di etnia pashtun): un colpo alla testa e uno al collo, mentre tornava a casa con un pullman della scuola. Non sappiamo se sopravviverà, lo speriamo con tutto il cuore (ora è ricoverata a Birmingham), ma di sicuro questa ragazzina “simbolo degli infedeli e dell’oscenità” ci ha già insegnato qualcosa di grande, eterno, perfetto: ci ha insegnato, come i grandi “operatori di pace” di ieri e di oggi, a lottare senza armi, contro le ingiustizie e per l’affermazione dei diritti fondamentali.

Un’ultima lezione, Malala: resisti per insegnarci a resistere.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.

  • Jessica C.

    Speriamo che guarisca presto: è una ragazzina con un grande coraggio e con una grande voglia di cambiamento, ha dimostrato come tanti altri pacifisti il potere delle parole che scuotono le coscienze molto più di un colpo di fucile. La situazione in Pakistan e in tanti altri Paesi deve cambiare per garantire che i diritti dell’essere umano vengano rispettati e tutelati attraverso la democrazia e la pace…Forza Malala, siamo tutti con te!!!