Malika Ayane, la voce in un’emozione

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È stata tra i pochi artisti a salvarsi al Festival di Sanremo, a volare una spanna più su degli altri in una manifestazione che somiglia ormai a uno sgangherato circo. Tra nani, ballerini di terza fila e acrobati con il fiato corto, Malika Ayane è sembrata un “lusso” che avrebbe meritato altri palcoscenici con la sua intensa Come foglie, firmata dalla felice penna di Giuliano Sangiorgi, il leader dei Negramaro.

Non è stata comunque una sorpresa Malika, ma una conferma, visto che alle spalle aveva già un ottimo album intitolato a suo nome, uscito lo scorso settembre, e ora ristampato con altri due brani inediti oltre a quello presentato a Sanremo. Un album dai profumi intensi e variegati, che avevano delineato il profilo di un’artista dedita a un pop raffinato e con una voce dal timbro originale, tanto da convincere gente come Pacifico, Paolo Conte e ancora Sangiorgi a mettere il loro zampino nel disco.

D’altra parte Malika, nata a Milano da mamma italiana e papà marocchino, ha un percorso di tutto rispetto. A 11 anni entra nel coro di voci bianche del Teatro alla Scala dove canta spesso da solista, per poi avviarsi allo studio del violoncello. Crescendo esplora altri generi musicali, dal jazz al gospel, fino all’incontro con Caterina Caselli che la vuole nella sua scuderia, la Sugar.

Nasce così il suo album d’esordio, cantato sia in inglese che in italiano, che guidato dal singolo Feeling better si rivela come uno dei debutti più brillanti del 2008. E ora la scommessa vinta di Sanremo.

Come hai vissuto l’esperienza del Festival?
Ho cercato di respingere fino all’ultimo l’emozione di un debutto che, al di là delle solite polemiche che alimentano la manifestazione, mette comunque in agitazione. Sono una persona emotiva, ho provato a tenere a bada l’energia che sentivo dentro per sprigionarla proprio durante l’esibizione e, in qualche modo, credo di esserci riuscita.

Cosa ti aspettavi?
Mi sono presentata con la speranza che la gente adottasse la mia canzone, senza dare importanza alla gara in sé. Come foglie, scritta da Giuliano Sangiorgi, penso meriti attenzione, ha una personalità forte come il suo autore e, per quanto mi riguarda, c’è stato anche un lavoro molto duro e particolare per farla mia.

È difficile fare l’interprete, visto che anche tu scrivi i tuoi pezzi?
Ho incontrato delle difficoltà soprattutto all’inizio della carriera, poi ho imparato ad accogliere le proposte senza zavorre di alcun tipo e soprattutto a “entrare” nell’essenza di un brano, a cercare quell’emozione che ti spinge a cantarlo. Che poi sia di un altro o mio, a quel punto, ha poca importanza: dipende dal momento in cui arriva.

Il tuo album è uscito l’anno scorso con risultati apprezzabili. Un primo bilancio?
Certamente positivo, considerando il fatto che tra le tantissime uscite di artisti esordienti come me, il mio disco si è fatto notare dandomi il passaporto per Sanremo. È un bel risultato, ottenuto grazie anche al successo del singolo Feeling better, che è stato trasmesso a lungo dalle radio.

Quale volto hai voluto dare all’album?
L’idea è stata di realizzare un disco d’intrattenimento, seguendo per ogni canzone la sua naturale atmosfera. Per questo, coabitano diversi stili, mi piace confondere le acque quando canto. D’altra parte, il compito di un artista è misurarsi su altri terreni, non amo coloro che si ripetono sulla base di un solo genere.

È un lavoro, difatti, dai gusti variegati, ma con un imprinting tra acustico ed elettronica. Scelta voluta?
Il mio produttore, Ferdinando Arnò, ha cucito intorno alla mia voce un tessuto di suoni in cui mi riconosco pienamente, anche con accostamenti inconsueti. Come per esempio un banjo che suona accanto a una chitarra distorta, reminiscenze di dixieland con il rock degli anni ’60 che fanno parte del mio bagaglio musicale. Un processo scaturito in modo spontaneo, fatto con divertimento e libertà, che ha funzionato.

Divertimento che ha coinvolto anche “firme” importanti.
È stata una grande fortuna aver incontrato artisti del calibro di Conte, Pacifico e Sangiorgi, ancor più all’inizio di carriera, quando magari non sei condizionata dal tirare fuori per forza qualcosa di pratico. Sono un insegnamento continuo, professionale e umano, che mi aiutano a crescere.

Le canzoni, è il caso di Come foglie, sono veicoli di emozioni. Riesci a esprimerle meglio quando canti la gioia o la tristezza?
Sono fondamentalmente una persona malinconica che però ride, per cui sono convinta che una sana ironia salverà il mondo. Quando canto, comunque, riesco ad applicare il metodo Stanislavsky, quello usato da tanti attori: mi immedesimo nel brano, provando entusiasmo se è trascinante oppure un sentimento più struggente quando è lento.

Meglio emozionare in italiano o in inglese?
Un anno fa ti avrei risposto in inglese, perché non sapevo cantare in italiano. Dal punto di vista della metrica, la lingua dei Beatles aiuta tantissimo, riesce ad essere descrittiva con poco, mentre la nostra è certamente più complicata. Quando però t’imbatti in un bel testo in italiano, la poetica è alta, apre più possibilità alla sua interpretazione e devi davvero crederci nel cantarlo, ancora più che con l’inglese.

Sei vissuta di sette note fin da piccola. Una predestinata?
Direi piuttosto un’ostinata. In verità, ho fatto altri mestieri sempre però pensando in cuor mio che sarei diventata una cantante. L’esperienza alla Scala è stata importante, ma è a 17 anni che ho realizzato che, oltre al Conservatorio,c’era un altro mondo anche solo frequentando il Liceo, con ragazzi che facevano tutt’altro. È la mia curiosità che mi ha spinto verso altre strade.

È stato facile percorrere queste strade, visto da dove arrivavi?
La difficoltà nel fare pop è che se non scrivi e non sei tanto convinta di te stessa tutto diventa più complicato. Io sono piuttosto insicura ed è anche per questo che compongo poche canzoni, perché quando le confronto con le altre non le trovo alla stessa altezza. Diventa quindi importante trovare un progetto che ti vesta bene: senza della buona musica, solo una bella voce non ti porta da alcuna parte.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove, a cura di Claudio Facchetti

 

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