Mamma, che cos’è un terremoto?

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Esattamente 40 anni fa un terremoto di magnitudo 6.4 della scala Richter sconvolgeva il Friuli. “Dov’era, com’era”: uno slogan per rinascere dalle macerie.

E’ un torrido pomeriggio di maggio. Il sole fa risplendere i palazzi di foggia austriaca, la pietra d’Istria rifulge. Le strade di Udine si popolano: il festival Vicino/Lontano richiama gente da tutta Italia. Per un veneto come me, una giornata del genere significa una cosa sola: ritorno a casa, un fine settimana di pausa dopo le fatiche universitarie. Eppure non si tratta di un fine settimana qualsiasi. Me ne rendo conto sul treno, il Regionale Veloce delle 14.07. Part-time, pendolari, studenti, professori: è finito il turno di lavoro. C’è caos, con un po’ di fortuna trovo posto per sedermi, mi metto comodo, le cuffiette pronte in mano, desideroso di inabissarmi nel mio mondo. Al mio fianco due vecchi signori parlano animatamente, la mia curiosità infantile mi spinge a tendere l’orecchio.

Una settimana passata a spalare! Le tende non bastavano per tutti, gli sfollati avevano la precedenza. Passavamo la notte all’aperto, sotto la pioggia. Nessuno dormiva. Ricordo i borghi nei dintorni, quante macerie: quasi non si riusciva ad entrare in paese.
Il settimo giorno trovarono una bambina da qualche parte fuori Gemona, ad Artegna o forse a Lusevera. Era ancora viva. Sette giorni di fatica, il battito del suo cuore li ricompensò tutti”.

Tolgo le cuffiette. Dal sedile dietro al mio si levano altre voci, probabilmente una donna sulla cinquantina.

Per la paura io, ancora troppo piccola per capire, mi ero nascosta dentro l’armadio e tenevo le ante ben chiuse, a tal punto che mia madre non riusciva a trovarmi. Ricordo ancora il panico nei suoi occhi”.
Mio nonno fu tra le vittime. Una vita in più, tra quelle 989 spezzate”.

Improvvisamente mi balza agli occhi un particolare strano: sono l’unico con le cuffiette in mano. Nessuno dorme in treno. Chi bisbiglia, chi gesticola mimando il crollo d’un palazzo, chi indica dei punti nel vuoto, chi ascolta attento, chi mostra le mani fiero, chi parla con fare solenne. E tutto quel brusio si somma in un’unica voce. Tra i sussurri di tante persone emerge un nome: Orcolat. Finalmente comincio a capirci qualcosa. Mi tornano alla mente le parole delle mie amiche udinesi, colte di sfuggita, quasi per caso: “Quarant’anni fa un terremoto distrusse il Friuli”. Prendo il telefono, la connessione è scarsa, cerco notizie. Wikipedia, nel suo linguaggio neutro e asettico, snocciola qualche dato: era la sera del 6 maggio 1976, magnitudo 6.4 della scala Richter, 45 mila sfollati. Un flash mi attraversa la mente, il ricordo di un bambino seduto sulle ginocchia del nonno.

Tremava tutto quella notte, l’intonaco si sbriciolava, una sottile polvere invadeva l’aria. Tua mamma piangeva, mentre la zia, più grande, cercava di rassicurarla. Sembrava che la città intera fosse crollata. Corsi fuori, nel silenzio attonito della notte. Tutto era in piedi, immobile, ma da qualche parte – lo sentivo – era successa una tragedia”.

Finalmente riesco a dare un nome a quelle parole: Orcolat. Lo chiamano così qui in Friuli: un orco mostruoso che vive nascosto nelle montagne della Carnia: il suo agitarsi ha provocato il terremoto. Quel terremoto.

La connessione riprende grinta mentre il treno si avvicina alla stazione di Sacile. Scopro che il Presidente Mattarella si trova a Udine – le cose interessanti accadono sempre quando me ne torno a casa! Controllo le tappe del suo viaggio: la mattina visita a Gemona, il paese più colpito. Mi imbatto in una parola ricorrente: ricostruzione. Cerco di approfondire, Google mi suggerisce le parole dell’allora arcivescovo di Udine, Alfredo Battisti: “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. E’ lo slogan morale che in quei giorni anima un’intera regione che si rimbocca le maniche: la ricostruzione ha inizio già la mattina dell’8 maggio. Mattarella lo cita. “Questa la lezione che le popolazioni del Friuli ci hanno dato più volte: rialzarsi e ripartire”, dalle proprie macerie, dai propri morti. Nessun lamento, lacrime silenziose, l’Italia migliore.

Del sisma che colpì il Friuli 40 anni fa rimane traccia nelle mostre fotografiche e nelle ricorrenze, nei capolavori dell’arte salvati a stento, ma soprattutto nei volti e nei cuori di chi ha vissuto quella notte, nella memoria dei figli. Non c’è traccia del terremoto nei palazzi e nelle case, non una crepa, non un calcinaccio, non un crollo: tutto è stato ricostruito esattamente come era prima. Un giornale locale racconta la vicenda del Duomo di Venzone e di quei mattoni pazientemente numerati uno a uno, per ricostruire la chiesa nello stesso luogo, nello stesso modo. Di fronte alla tragedia la volontà è una sola: “dov’era, com’era“.

Due bambini si inseguono per la carrozza. Le mamme li richiamano all’ordine, facendoli sedere al loro fianco. Riprendono a parlare animatamente.

Mamma che cos’è un terremoto?
Rinascita, piccolo mio, rinascita”.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.