Maraviglioso Boccaccio

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Un film diretto e sceneggiato da Paolo e Vittorio Taviani. Con Kasia Smutniak, Kim Rossi Stuart, Riccardo Scamarcio, Lello Arena, Michele Riondino, Jasmine Trinca, Vittoria Puccini, Josafat Vagni, Flavio Parenti. Produzione: Rai Cinema, Stemal Entertainment, Cinemaundici. Distribuzione: Teodora Film. Genere: Storico, Drammatico, Commedia. Paese: Francia, Italia. Durata: 120′. Uscita: 26 febbraio 2015. Target: 18+.

Con arguzia e rispetto del testo boccaccesco i fratelli Taviani ci conducono all’interno di una Firenze trecentesca sconvolta dalle brutture della peste…

Ieri come oggi la peste, in varie forme, è dappertutto. O meglio, in ogni forma di sentimento che abbia la vana pretesa di definirsi tale. E sembra proprio che, con la loro ultima pellicola a carattere storico, gli ultraottantenni fratelli Taviani abbiano voluto gridare a gran voce come ogni relazione umana trasudi di marcio, lasciando a noi spettatori un quesito sempreverde e insoluto: possono ancora esistere i veri sentimenti? Per fare ciò si sono serviti della celebre opera di una delle tre corone fiorentine e hanno narrato il re dei sentimenti nelle sue molteplici sfumature. C’è, infatti, egoismo nell’amore di un padre verso la sua adorata figlia, avidità nell’amicizia, disprezzo e violenza nell’amore coniugale, irriverenza nei confronti di chi veglia dall’alto su di noi.

Ma la pellicola dei Taviani non è solo questo. E’ un film che ci riporta indietro nel tempo e ci immerge in una delle pagine più cupe della storia di tutti i tempi. In quell’età di mezzo che con la sua pestilenza, i suoi insanabili conflitti tra potere temporale e spirituale, i suoi intrighi e i suoi amori angelicati, ha lasciato a noi post-moderni l’ingiusta immagine di un periodo tetro che è meglio conoscere ma lasciarsi alle spalle.

Corre l’anno 1348 e un gruppo di dieci giovani fiorentini sconvolti dalla peste che attanaglia la città decide di rifugiarsi nell’amenità di un luogo che possa distrarli dall’attanagliante paura della morte. Guidati da Fiammetta giungono in una casa di campagna nella quale trascorrono dieci giorni allietati da racconti eterogenei in cui è l’amore a far da padrone. Perché è proprio attraverso di esso che sperano di vincere il male che imperversa attendendo quella pioggia purificatrice che faccia trionfare il bene sulla bella Firenze.

In una tale cornice – che è la medesima del Decameron – ci vengono presentate alcune tra le novelle più note dell’opera di Boccaccio, quella di Calandrino e della sua vana illusione di poter scomparire agli occhi di tutti i suoi amici e nemici grazie a una pietra magica, ma resosi conto di esser stato ingannato, accecato dalla rabbia, si scaglia contro la moglie con una violenza inaudita. Quella di Federigo degli Alberighi, il quale pur di conquistare la donna amata sacrifica il falco e per i suoi nobili sentimenti viene premiato con l’amore che aveva da sempre desiderato ricevere. Quella del padre Tancredi e di sua figlia Ghismunda che, innamorata di Guiscardo, si avvelena bevendo dalla stessa coppa nella quale il cuore dell’amato le era stato consegnato da parte di quel padre. Quella di una badessa che con delle brache sul capo al posto del consueto velo ammonisce prima e benedice poi una consorella scoperta ad amoreggiare nel cuore della notte. I fratelli Taviani, per una migliore comprensione della novella, mostrano allo spettatore come a quel tempo farsi monaca non era per tutte una vera vocazione ma si trattava spesso di una imposizione dei genitori.

Insomma, i due registi non hanno risparmiato nulla allo spettatore, perché tutto trasuda di toni grevi, a tratti melanconici da un lato, e di burla e passione ferina dall’altro.

Ma, nonostante la consumata abilità narrativa e poetica dei due fratelli, il loro encomiabile intento di portare sul grande schermo – sulla falsa riga del recente Martone e del suo Il giovane favoloso – un’opera letteraria di così grande spessore, lascia alquanto dubbiosi per più ragioni.

Innanzitutto, rende perplessi la messinscena della cornice filmica e letteraria che appare impeccabile ma impeccabilmente artefatta e stridente con la più elevata recitazione delle novelle, le quali avrebbero potuto essere inanellate una dietro l’altra senza sterili intermezzi. Poi, potrebbe infastidire la scelta stessa di alcune novelle che presentano l’attrazione fra l’uomo e la donna come un istinto da non frenare neanche quando ci sono degli impegni matrimoniali già presi o dei voti di castità già pronunciati. Per non parlare di una sequenza cruenta dove una donna viene picchiata e presa a calci o alcune scene boccaccesche di amanti nel loro letto che rendono la visione del film adatto ad un pubblico preferibilmente adulto.

Tutto ciò non allontana lo spettatore da quella pestilenza che insozza i più nobili sentimenti e persino quelle vocazioni dalle quali ci si aspetta autenticità e non una barzellettistica falsità.Manca, inoltre, un sincero spirito critico capace di rendere gli episodi narrati cronachisticamente più comunicativi e non solo autoreferenziali.

Ciò che però si apprezza è l’ambientazione pittorica in luoghi e palazzi sontuosi che ricordano come la nostra bella Italia sia un patrimonio inestinguibile di magnificenza, un cuore pulsante di storia, di luci e ombre – egregiamente rappresentate dalla fotografia caravaggesca di Simone Zampagni – tutte da esplorare. E forse è proprio questo il lascito dei due registi, che servendosi di una delle più grandi opere della letteratura italiana, hanno voluto rivendicare un’identità nazionale troppo spesso bistrattata e che ancora tanto può offrire a giovani speranzosi e amanti della vera bellezza.

Amo leggere, affidare i miei pensieri alla scrittura e viaggiare per scoprire la bellezza di tutto ciò che mi circonda. I classici latini e greci sono la mia più grande passione - e di questi ho fatto la mia ragione di vita -, insieme all'arte e alla pittura.