Marcovaldo. Ovvero: le stagioni in città

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Probabilmente uno dei più sinceri e genuini libri di Calvino, quasi un ironico e sagace  sfogo dell’autore che si cristallizza in una narrazione brillante e di piacevole lettura (caratteristica, questa, di tutte le opere calviniane).

Non si tratta di un romanzo classico o, perlomeno, come noi lo intendiamo comunemente. I venti brevi racconti che costituiscono il libro non tracciano una trama unitaria che, partendo da un nucleo iniziale, tenda a trovar compimento in un inaspettato finale. Sono venti  bozzetti  di quotidianità aventi come protagonista il povero manovale Marcovaldo, perfetta incarnazione del piccolo proletario urbano, costretto a far fronte alle necessità della numerosa famiglia potendo contare su di un modesto compenso.

Eppure, questa quotidianità, questo grigia monotonia della vita cittadina è proprio ciò da cui Marcovaldo tenta disperatamente di sfuggire, vivendo sempre “col naso all’insù”, pronto a scorgere il  più piccolo appiglio che gli consenta di trasferirsi in un’altra dimensione: quella dell’uomo immerso nell’ elemento naturale, capace di coglierne i significati e di intessere un dialogo con esso. In mezzo alla città di cemento e asfalto, Marcovaldo va in cerca della Natura. Ma esiste ancora, la Natura? Quella che egli trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale. Il suo è un vuoto vagheggiamento che, nonostante le iniziali speranze, si risolve puntualmente in una cocente delusione: “camminando sognava di perdersi in una città diversa: invece i suoi passi lo riportavano proprio al suo posto di lavoro di tutti i giorni”.

Sembra quasi che la città o, meglio ancora, la vita del cittadino, si interponga con violenza tra l’uomo e la Natura, impedendone con crudeltà la tendenza aggregatrice. Il povero protagonista si vede privato anche dei più genuini ed ancestrali desideri umani: il poter perdersi con lo sguardo nella volta stellata è ostacolato dalla sintetica luce al neon delle insegne pubblicitarie e dall’illuminazione pubblica; il bisogno di respirare un po’ d’aria pura è annebbiato dai singulti di gas di scarico provenienti dalle macchine e dalle ciminiere; persino il silenzio è una mercanzia non acquistabile ad alcun prezzo.

I suoi stravaganti tentativi di emancipazione si risolvono sempre in un nulla di fatto, costringendolo ad accettare questa lapidaria, afosa ed appiccicosa verità: “il constatare che la sua vita non avrebbe conosciuto altro scenario che tram, semafori, locali al seminterrato, fornelli a gas, roba stesa, magazzini e reparti d’imballaggio”.

Un panorama alquanto disarmante e forse fin troppo negativo, seppur dipinto – ed in questo sta la grandezza di Calvino – con una tempera di morbida  ironia, che  consente al lettore una gradevole e serena fruizione del testo. In realtà, l’intento primario non sembra essere denigratorio ma tutt’al più esortativo. Leggendo tra le righe, più che voler essere un violento anatema contro la vita cittadina, il messaggio potrebbe essere filtrato in questa direzione: un’ esortazione ad “alzare lo sguardo un po’ più su”, imparando a scorgere, oltre i balconi, i tetti e le grondaie, le snelle rondini che si inseguono nel cielo limpido.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Marcovaldo. Ovvero: le stagioni in città
Autore: Italo Calvino
Genere: Racconti
Editore: Mondadori
Età minima consigliata: 13 anni
Pagine: 171

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.