Marijuana libera, perché sarebbe un errore

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C’è da essere sinceramente grati al professor Umberto Veronesi per aver scelto di rilanciare con un appassionato appello la tesi, a lui notoriamente molto cara, della liberalizzazione della marijuana. Col suo intervento – che fa seguito ad un analogo e recente appello dei Radicali sul tema – intervento il celebre oncologo ci offre infatti la possibilità di prendere in esame gli argomenti a favore della depenalizzazione dello spaccio delle droghe “leggere” al fine di valutarne l’effettiva consistenza. In estrema sintesi, la tesi del professore si articola nei seguenti punti: 1) «Il proibizionismo ha fallito»; 2) «Proibire e punire non serve, anzi può peggiorare la situazione»; 3) «Il quadro europeo negli anni si è mosso verso la liberalizzazione»; 4) «Si stima che il 50 per cento dei nostri giovani faccia uso di cannabis»; 5) la possibilità, attraverso la regolamentazione, di far maturare per lo Stato consistenti incassi «sottraendoli alla malavita».

Partiamo dalla prima considerazione, ossia quella del fallimento del proibizionismo. Un fallimento su cui quasi tutti concordano ma che non è ben chiaro quale attinenza abbia col caso italiano. Infatti in Italia – affermano documenti ufficiali – il consumo di sostanze stupefacenti nella popolazione generale (15-64 anni, uso di sostanze almeno una volta negli ultimi dodici mesi) è in calo, conformemente alla «tendenza alla contrazione dei consumatori già osservata nel 2010, per tutte le sostanze considerate». Scusate, ma alla luce di una «contrazione dei consumatori» di sostanze stupefacenti (cannabis inclusa) come si può parlare di fallimento? Un fallimento, in Italia, vi fu fra il 1995 e il 1999, ben prima della vituperata Legge “Fini-Giovanardi”, quando il consumo generale di cannabis – lo stesso oggi in calo – schizzò rapidamente in alto, passando dal 19 al 33%: non raddoppiò ma quasi, e tutto in appena tre anni; ma oggi, come abbiamo visto, lo scenario è decisamente meno allarmante.

«Proibire e punire non serve, anzi può peggiorare la situazione», scrive poi Veronesi. Al quale va riconosciuta una coerenza dal momento che si batte anche per la depenalizzazione dell’eutanasia, pratica oggi punita col carcere in quanto omicidio del consenziente, e per l’abolizione dell’ergastolo. Naturale quindi che il medico milanese pensi che «proibire e punire non serve, anzi può peggiorare la situazione». Trattasi tuttavia di un’opinione, che – oltre ad asserire, senza dimostrare, l’inopportunità di qualsivoglia divieto – non tiene conto del fatto che la giustificazione di un divieto non risiede in criteri di efficacia bensì di giustizia. Un esempio potrà aiutare a capire: il padre che intima al figlio piccolo di non sporgersi dal balcone di casa per non correre rischi non lo fa solo se certo di essere ascoltato, bensì per tutelare la salute del suo bambino. Allo stesso modo, se una regola giusta – come giusto è il divieto di spaccio – viene trasgredita, ci si dovrà interrogare sulle modalità con le quali essa viene presentata, non certo sull’esistenza della regola stessa.

«Il quadro europeo negli anni si è mosso verso la liberalizzazione». E’ un argomento noto, già impiegato anche per giustificare l’introduzione dell’aborto. Un argomento noto ma, ancora una volta, poco convincente per almeno due ragioni. La prima è che se guardiamo al caso europeo, eccezione fatta per alcuni Stati (Olanda, Spagna, Svizzera) non risulta vi siano chissà quali svolte «verso la liberalizzazione». Una seconda debolezza dell’argomento “siccome fanno tutti così” è che anche se in tutti gli Stati del mondo fuorché l’Italia il commercio di cannabis fosse libero, ciò non renderebbe sbagliato il divieto italiano. Questo perché la giustizia di una norma, oltre a non dipendere dalla sua efficacia, non dipende neppure dalle scelte adottate dagli ordinamenti di altri Stati. Anzi, a volte, oltre che possibile, è persino doveroso discostarsi dalle scelte degli altri Paesi. Se non l’avesse pensata così, nel 960 d.C. Pietro IV Candiano, doge della Serenissima, non avrebbe mai fatto approvare, per la prima volta nella storia, una legge che inaugurava il filone normativo anti-schiavista.

«Si stima che il 50 per cento dei nostri giovani faccia uso di cannabis». E allora? Se uno dei due figli di una famiglia disobbedisce all’educazione impartita dei genitori trasgredendone i divieti, vuol forse dire che papà e mamma hanno torto ed ha ragione il figlio disobbediente? Assolutamente no. Non si capisce quindi per quale ragione – anche prendendo per buono quel «50 per cento» di cui ignoriamo la fonte – lo Stato, anziché orientare le scelte dei giovani verso un bene oltretutto fondamentale e costituzionalmente garantito qual è quello della salute, dovrebbe farsi orientare dalle scelte dei giovani, nello specifico verso la liberalizzazione di una sostanza in cui consumo – oltre che tradursi, per alcuni soggetti, nel rischio di passare ad altre droghe – risulta correlato, fra le altre cose, al rischio di psicosi, di crisi depressive e problemi al cuore, nonché al pericolo di incidenti automobilisti, come accertato da numerosi esperimenti in laboratorio e simulazione di guida , da metanalisi che hanno considerato centinaia di studi precedenti nonché l’esperienza di diversi Stati, e come peraltro ricordato nelle stesse relazioni ufficiali.

E la possibilità, con la marijuana libera, di togliere guadagni «alla malavita»? Pure a quest’ultima tesi, vi sono più obiezioni. La prima: se si vuole sottrarre il giro d’affari alla malavita perché limitarsi alla cannabis e non fare lo stesso anche per la cocaina o l’eroina? Dopotutto, legalizzata la cannabis, chi volesse procacciarsi altre droghe continuerebbe a farlo. E allora perché liberalizzare solo il commercio di alcune sostanze, perché discriminare? Ma ragionando così, com’è evidente, s’arriverebbe al caos. Una seconda critica è che liberalizzando per contrastare l’arricchimento della criminalità organizzata – posto che gli incassi per lo Stato italiano sarebbero ben più bassi degli 8 miliardi di cui si parla – inevitabilmente determinerebbe una pesante riduzione dei fattori di “disapprovazione sociale” e “percezione del rischio” derivante dall’uso delle droghe “leggere”: ma la tutela della salute è forse un bene sacrificabile? E non ci sono altri modi per contrastare la malavita? Uno che di lotta alla mafia se ne intendeva, Paolo Borsellino (1940-1993), pensava di sì, ritenendo l’idea che la liberalizzazione del «commercio di droga» potesse impoverire la criminalità «tesi semplicistica e peregrina», tipica di «fantasie sprovvedute».

Ora, non conviene, anziché affidarsi a tesi astratte, fidarsi dell’esperienza concreta di un eroe come Borsellino? E se conviene, allora quale valida ragione per liberalizzare la marijuana rimane al di fuori della suggestione tipicamente sessantottina del “vietato vietare”? E’ un interrogativo che le tesi dei promotori della depenalizzazione delle droghe “leggere” farebbero bene a considerare evitando di continuare a proporre argomenti che, come abbiamo visto, a prima vista possono anche sembrare convincenti ma in realtà sono piuttosto deboli, quando non debolissimi.

Riferimenti bibliografici su sito dell’autore: www.giulianoguzzo.com

Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.