Marilyn

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Un film di Simon Curtis. Con Michelle Williams, Eddie Redmayne, Julia Ormond,  Kenneth Branagh, Judi Dench, Emma Watson. Produzione:  BBC Films, Lipsync Productions, Trademark Films, UK Film Council, The Weinstein Company. Distribuzione: Lucky Red. Paese: Gran Bretagna 2011. Genere: Biografico, Drammatico, Sentimentale. Durata: 99 Minuti. Uscita cinema: 1/06/2012. Target:16+.

Londra, estate 1956. Il ventitreenne Colin Clark lavora come assistente alla regia sul set del film Il principe e la ballerina (The Prince and the Showgirl, 1957), diretto e interpretato da Laurence Olivier, che vede come protagonista femminile Marilyn Monroe, in luna di miele con il suo nuovo marito, il commediografo Arthur Miller. Quando Miller va a Parigi per lavoro, Clark trascorre una settimana con la Monroe, finendo, inevitabilmente, per innamorarsi della grande diva di Hollywood.

Norma Jeane Baker. Se dovessimo leggere per caso questo nome, o captarlo di sfuggita in una conversazione, la nostra attenzione scivolerebbe su di esso con leggerezza, evocandoci magari un’anonima donna anglosassone, senza lasciare traccia.

Se, invece, il nome in questione è Marilyn Monroe, tutto cambia. Immediatamente, nella nostra mente si definiscono con precisione i lineamenti di un volto conosciuto, visto mille volte sia nei colori sgargianti di Andy Warhol sia stampato in magliette, borse, orecchini di ogni genere. E’ un volto dal sorriso svampito, dalle labbra carnose, incorniciato da vaporosi capelli biondi.

E’ il volto di una donna americana che, dalla miseria, è riuscita a sfondare nel mondo luccicante della Hollywood degli anni Cinquanta per esserne eletta la regina assoluta, arrivando addirittura, con  voce sensuale e suadente, a disturbare e mettere in imbarazzo i vertici della politica americana di allora.

E’ il volto di una donna dai mille volti. Perché Marilyn Monroe è, prima di ogni altra cosa, Norma Jeane Baker.

E’ nel suo nome di battesimo, nascosto prepotentemente da uno pseudonimo agli inizi della sua carriera, che sta scritta la vera identità, la vera essenza di una donna partorita da una madre in miseria, con un cognome di un uomo sconosciuto e mai incontrato, di cui si dubita fortemente sia stato il vero padre.

E se il film “Marylin”, uscito esattamente cinquant’anni dopo la tragica scomparsa, si riproponeva di scavare a fondo la complessa personalità di questa donna grandiosa, si può tranquillamente affermare che l’obiettivo del regista sia stato centrato in pieno.

La narrazione infatti è tutta completamente incentrata sulla figura di Marilyn, interpretata da una meravigliosa Michelle Williams.

La trama è volutamente scarna e i pochi personaggi ruotano tutti attorno alla eccellente performance della Williams. Questa ragazza ha dovuto affrontare una delle sfide più ardue che si possono presentare nella vita di un’attrice: dai telefilm adolescenziali, in cui sembrava relegata, è riuscita  a sostituirsi alla perfezione ad una donna per molti versi insostituibile.

La Williams si è immedesimata completamente nel ruolo di Marilyn: il sorriso delizioso, la camminata un po’ traballante, l’aria svampita e un po’ distratta, gli occhi ammiccanti. Tutto, nella performance della Williams, ricorda alla perfezione Marilyn.

La giovane attrice, però, è riuscita nell’altrettanto difficile compito di  mettere a nudo il dramma di  Norma Jeane Baker, sconosciuta al grande pubblico.

Ed è ecco che ci troviamo di fronte una donna fortemente insicura di sé, incapace di gestire non solo la sua grande bellezza, ma anche la fama che ne era inevitabilmente derivata. Una donna fragile, assetata di un amore genitoriale che nessuno nella sua infanzia aveva saputo donarle, inevitabilmente destinata ad annegare il suo dolore nell’alcol e negli psicofarmaci, incapace di gestire i numerosi attacchi di panico, terribili anche perché non compresi da chi non li ha mai provati.

E’ proprio il dramma di questa donna che lo spettatore percepisce con maggior forza, rendendo quasi inutili le storie che si intrecciano attorno a “Marilyn-Williams”: il giovanotto inglese poco più che ventenne, lentigginoso e dall’aria sognante, che si innamora perdutamente della donna che molte volte ha ammirato sul grande schermo, nonostante avesse la possibilità di intraprendere una più concreta e sicura storia d’amore con una costumista di nome Lucy (interpretata da una sempre impeccabile Emma Watson); l’attore inglese Laurence Olivier, succube anch’egli del fascino della Monroe, ma che non riesce a capire i profondi turbamenti dell’animo della donna e non riesce affatto a rinnovare le sue performance professionali attraverso il contatto con la brillante attrice, come avrebbe voluto.

Storie accessorie, appena accennate, che non riescono a sottrarre l’attenzione dal personaggio principale.

E’ meraviglioso vedere questa ragazza stupirsi davanti al magnifico castello di Windsor, animarsi come una bambina di fronte alla bellissima casa delle bambole della regina Mary, scherzare con gli impeccabili studenti di Eton, correre senza pensieri per le verdissime campagne inglesi. Ma la depressione è una malattia che sconvolge la vita e Marilyn, nonostante tutto, le soccombe inevitabilmente.

E se questo concentrarsi sulla figura di Marilyn è sicuramente un modo per riaverla tra noi, per ricordare la sua freschezza e la sua bellezza, per farci riflettere come quanto sia caduca la fama e come sia difficile gestirla una volta raggiunta, l’estrema povertà della trama rischia di annoiare lo spettatore meno attento, meno innamorato di Marylin, che meno conosce la sua storia.

Forse, per capire davvero chi è stata la Monroe e cosa ci ha lasciato sarebbe stato meglio rappresentare una parte della sua vita più significativa di quella scelta dal regista, troppo da commedia romantica che certo stride con la personalità della protagonista, complessa ed enigmatica.

Forse, però, non sapremo mai chi sia stata davvero Marilyn: tutto ciò che poteva darci è scomparso con lei, quel 5 agosto del 1962.

 

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.