Maturità: è finito il tempo delle mura giallo ocra

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Ieri, dopo cinque anni di onorato servizio, avrei dovuto iniziare gli esami di Maturità.

Saremmo stati insieme, impauriti e spavaldi allo stesso tempo, come siamo stati così tante volte in questi anni, davanti al portone di ingresso del Liceo, ad attendere il placet della commissione per entrare e disporci nei banchi allineati nei corridoi. Allora, avremmo corso per la scalinata – quanti gradini! – con gli scatti di atleticità inattesa che solo le versioni di greco ci avevano fatto sperimentare in questi anni, per assicurarci i posti più strategici; e il ritardatario cronico della classe avrebbe dovuto pagare il prezzo del primo banco, prima fila centrale. Avremmo mostrato la carta d’identità e consegnato i cellulari, magari sogghignando perché sapevamo che il furbastro di turno, nello zaino, custodiva il suo smartphone mentre ai professori aveva dato il vecchio apparecchio della nonna. Poi finalmente le tracce; le avremmo scorse velocemente, scambiandoci sguardi interrogativi e, finalmente, avremmo deciso quello che sarebbe stato il nostro tema di Maturità, la nostra presentazione davanti ai professori e, in fondo, davanti al mondo.
Perché Maturità è anche sinonimo di un ingresso nel mondo vero, quello dove non ci sono più le protezioni rassicuranti delle mura scolastiche, tutte rigorosamente giallo ocra. È il simbolo di un passaggio verso una grande responsabilità, quella di scegliere, per la prima volta, cosa saremo da grandi. Non solo l’Università, non solo il lavoro, non solo cosa faremo, ma chi saremo.

Tutto questo mi manca. Il terremoto, che ha colpito il mio paese e quelli vicini, ha spazzato via tutto. Le mura giallo ocra non ci sono più, e non solo in senso metaforico. Un campanile è crollato nel chiostro del mio Liceo, e dal centro della città continua ad alzarsi la polvere di edifici rasi al suolo da venti secondi di inferno.
Le scosse, che in questo mese – e pensare che è passato soltanto un mese da quel 20 Maggio – ci hanno tormentati, hanno lasciato una grande desolazione. Case diroccate, chiese sventrate, palazzi scoperchiati, automobili sepolte sotto ammassi di macerie. Dentro gli appartamenti, i servizi da tè, di porcellana finissima, sono stati sorpresi all’improvviso da ondulazioni e sussulti che li hanno fatti rovesciare; così sui pavimenti ci sono i cocci di intere liste di nozze. Le librerie sono state svuotate, le collezioni di modellini di automobili ora potrebbero fornire poco più che pezzi di ricambio alle vetture lillipuziane. Le tante crepe sui muri hanno ingiunto alla gente di andarsene, di scappare. Anche i più orgogliosi hanno accettato l’invito ospitale di parenti lontani, che non rivedevano dal battesimo del loro figlio più piccolo, del quale, nel frattempo, si era dimenticato il nome.

Ora i paesi stanno iniziando a ripopolarsi. Qualcuno torna per qualche giorno, poi scappa nuovamente verso il lago, al mare o in montagna, perché è un trauma troppo grande affrontare tutto in una volta sola. Tutta la desolazione e la tristezza di un futuro incerto. Di una realtà, la nostra, in cui non ci sono più i punti di riferimento. Non ci sono più le case, le chiese, le scuole, i municipi. I simboli, pubblici e privati, sono scomparsi nella loro esteriorità e hanno lasciato un vuoto che, con pazienza e dedizione, siamo chiamati a colmare. E non solo ricostruendo case, chiese e scuole.

Dobbiamo riempire l’incertezza armandoci delle certezze che nemmeno il terremoto ci ha potuto strappare. E, guardandoci bene, in casa, non tutto è rovinato per sempre, non tutto è irrecuperabile. Le cornici sono cadute e si sono frantumate, ma le fotografie no. I nostri libri preferiti sono stati sepolti dai calcinacci ma le dediche, per cui quelli erano i nostri libri preferiti, sono ancora custodite al loro interno. I pianoforti si sono scordati ma gli spartiti sono lì che aspettano di essere suonati di nuovo.
In paese, il centro non esiste più, ma i negozianti si sono organizzati per ricreare un po’ di vita e per offrire ai cittadini giornali, verdura, abiti e compagnia, combattendo contro l’egoismo dilagante per difendere i novanta centesimi di caffè, invece dei due euro che le logiche del guadagno ad ogni costo richiederebbero.
Abbiamo imparato i nomi dei vicini di casa, anche quello del loro cane che spesso ci svegliava al mattino e tacitamente insultavamo, e con loro chiacchieriamo, ci riappropriamo di uno spazio di dialogo che era andato perduto con la frenesia dell’agenda.
Le scuole sono crollate ma le mail ai professori, per accordarsi sulla tesina, o sul programma d’esame, hanno finalmente rivelato qualcosa di più di quello che in cinque anni avevamo mai capito gli uni degli altri.

Ora, la Maturità assomiglia di più a una prova di forza. Non sarà come la avevo immaginata. Non sarà nella mia scuola, e non dovrò fare nessuno scritto. Ma se questo è il mondo reale, in cui le mura giallo ocra non esistono più, in cui dobbiamo rimboccarci le maniche per dare vita ad un mondo migliore, eccomi. Eccoci.

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.

  • AnimaePartus

    Ti siamo vicini, Eleonora. Non si possono neanche lontanamente immaginare le sensazioni che tu e la tua gente state provando. Tuttavia, con questa splendida testimonianza, ci hai resi tutti più vicini a te, al tuo mondo. Il mondo di chi adesso soffre e magari teme per il futuro, ma è pronto a ricominciare, a “rimboccarsi le maniche”. Coraggio, e buona fortuna per l’esame, anche se non è certo la maturità che ti manca!

  • Federicaa

    Non posso che concordare pienamente con AnimaePartus, che sa esprimere le sensazioni suscitate nel tuo articolo molto meglio di me.
    Anche qui a Milano abbiamo sentito la terra tremare, a volte lievemente per qualche secondo, altre volte sono sembrate durare un’eternità. Una scossa mi ha svegliata in piena notte e ho avuto paura che crollasse tutto. Se penso a quello che ho provato in quei trenta secondi e poi penso a chi, come voi, ha visto realmente crollare il mondo…non saprei neanche come descriverlo.
    Vi auguro che tutto questo finisca presto e sono sicura che riuscirete a ricostruire la scuola e l’intera città con la forza del vostro coraggio e dei vostri sogni!
    In bocca al lupo per l’esame!