Max Gazzè e la leggenda di Cristalda e Pizzomunno

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La canzone di Max Gazzè si basa sull’omonima e meravigliosa leggenda tratta dalla tradizione pugliese

Quest’anno Sanremo è stata una tappa obbligata non soltanto per i volenti telespettatori ma per tutti gli italiani che nolenti si sono visti invadere i profili social e i canali di informazione da una telecronaca minuziosa del festival. Tra il tormentone lanciato dai video dei The Jackal e gli outfit di Michelle Hunziker, imperversavano le polemiche e i dibattiti sulla percentuale di plagio concessa in una canzone per non essere squalificati dalla gara. Se dovessimo riassumere la 68esima edizione del festival di Sanremo in due espressioni, queste sarebbero “Non mi avete fatto niente” e “Gnigni”. Mettendole in fila, assumono quasi un senso – che ricorda molto le espressioni usate alle scuole elementari.

C’è una canzone di cui vale la pena parlare, nonostante non sia salita sul podio. Si tratta del pezzo di Max Gazzè, intitolato La Leggenda di Cristalda e Pizzomunnoche racchiude un antico tesoro di cui in televisione si parla sempre di meno: la nostra cultura. La canzone infatti si basa sull’omonima leggenda tratta dalla tradizione pugliese in cui emergono elementi comuni alle narrazioni tramandate nelle zone costiere, prima tra tutte l’Odissea. Quella di Cristalda e Pizzomunno è una storia d’amore, che come tutte le relazioni viene messa costantemente alla prova dalla vastità di possibilità che la vita offre. Il mare rappresenta tutto ciò: è un’avventura e un’opportunità ma allo stesso tempo è una minaccia, perché popolato dalle sirene. Creature incantatrici che incarnano le false promesse, perché sanno esattamente cosa dire per blandirti e farti cedere alle loro lusinghe.

Sono proprio le sirene a mettere gli occhi su Pizzomunno, il più bel giovane del villaggio, che è però estremamente innamorato di Cristalda. Nulla di ciò che le sirene hanno da offrigli gli fa voltare le spalle alla sua amata, che viene per lui al primo posto e per cui sacrificherebbe qualunque cosa, arrivando a declinare la proposta delle seduttrici che lo vogliono nominare re del mare. Così le sirene decidono di portargli via l’unica cosa che vuole e rapiscono Cristalda, nascondendola nelle profondità marine. Secondo la leggenda cantata da Gazzè,  Pizzomunno dal dolore si trasformò nella roccia bianca che domina sulla costa di Vieste. Secondo un’altra versione della storia invece, Cristalda non era altro che una sirena, che amava il giovane ed era ricambiata. A trasformare Pizzomunno in roccia furono le sue sorelle, gelose del rapporto che aveva con questa creatura. In entrambe le versioni tuttavia il finale è lo stesso: ogni cento anni a Pizzomunno è concesso di trasformarsi nuovamente in uomo per incontrare la sua Cristalda, nella notte del 15 agosto.

Quale che sia la versione originaria della leggenda, ascoltare la canzone di Max Gazzè ci riporta in un mondo lontano, in un tempo quasi fiabesco che è difficile da immaginare, ma che sa emozionare. Il testo del brano è stato prodotto a quattro mani, dallo stesso Max e dal fratello Francesco, come tante altre canzoni contenute nell’ultimo album intitolato AlchemayaCosì racconta come sono nati questi brani: “il meccanismo è molto semplice: quando lavoriamo insieme ci mettiamo seduti uno accanto all’altro e ogni tanto escono delle parole, delle note. Il barometro è quello emotivo: io guardo Francesco che si emoziona e io mi emoziono perché lui si emoziona”.

Quest’emozione è arrivata anche sul palco dell’Ariston, dove la canzone ha ricevuto il Premio “Giancarlo Bigazzi” per la miglior composizione musicale. Un esperimento ben riuscito quello dell’opera “sintonica”: così il cantautore definisce la fusione tra il sound dei sintetizzatori e quello dell’orchestra. C’è un’eco che ricorda anche le musiche di grandi cantautori italiani come Fabrizio De Andrè e Francesco de Gregori. Ma a Gazzè va anche un riconoscimento culturale, perché questo è l’unico pezzo in quest’edizione di Sanremo ad aver veramente raccontato l’Italia.

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.