Medicina: nessun pretest…o!

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Se ciò che si vocifera al Ministero avrà seguito, dall’anno prossimo non sarà più necessario sostenere il famigerato test per entrare alla facoltà di Medicina. Niente più trincee dunque, niente più fucili sotto il banco per stanare i possibili rivali, niente più guide per conoscere a fondo i segreti di un’arte (quella di passare i test) che somiglia sempre di più all’arte della guerra cantata dal generale Sun Tzu. Che le domande di logica e cultura generale non servissero a nulla è risaputo, lo sanno pure i bambini. Solitamente però il discorso si chiude qui e non si discute di altro. Non si discute della qualità dello studio, delle modalità per verificare la preparazione degli studenti e neanche del profilo dei futuri medici, coloro che si occuperanno della nostra salute.

L’opinione pubblica è convinta che l’esponenziale crescita delle denunce penali e delle richieste di risarcimento nei confronti dei medici, sia generata semplicemente da una sorta di furore collettivo: l’uomo della strada, in pratica, vedrebbe nel medico la causa dei propri mali, il catalizzatore delle proprie frustrazioni fisiche o psichiche. Il medico, soggetto a pressioni intollerabili, sarebbe quasi “indotto” a sbagliare, a confondere il rene destro con quello sinistro, a dimenticare il bisturi nello stomaco del paziente, ad asportare il polmone sano lasciando intatto quello malato. Qualcosa di vero c’è, inutile negarlo. Eppure, quasi nessuno si chiede come mai tutti vogliano fare i medici. Ogni mamma vuole il figlio dottore, si sa, ma i figli di oggi nascono già col camice. Perché? Vogliamo pensare che nell’80% dei casi la voglia di diventare medici nasca come una vocazione, per certi versi simile a quella religiosa: voglio fare il medico perché amo il mio prossimo come me stesso, anzi di più. Certo, potevo fare l’avvocato, l’ingegnere, il muratore, la parrucchiera e avrei aiutato comunque le persone che mi stanno accanto, ma un medico è un medico, può salvare una vita. E non è poco.

L’Università insegna a salvare una vita? I trenta e lode tengono conto della sensibilità di chi, anche durante gli anni universitari, ha a che fare con i pazienti? Qual è l’identikit del bravo studente e, quindi, del bravo medico? Quel 20% di ragazzi e ragazze che vogliono fare i medici per soldi, prestigio, prospettive (tutte da verificare) di lavoro sicuro… potranno essere “buoni medici”? Come sempre, la tecnica non può essere l’unico metro di giudizio. Conoscere a memoria tutti i segreti dell’anatomia umana, potrebbe non bastare se poi manca la capacità di comprendere le sofferenze di chi sta male e ha bisogno di coraggio, di chi ha bisogno di incrociare lo sguardo di una persona amica. Sempre più spesso si sente dire, al contrario, che il medico è destinato a perdere la sua umanità di fronte al dolore, in nome di un cinismo quasi necessario, sacrosanto. Non è così, non può essere così!

Vogliamo un’Università che sappia intercettare i bisogni della società, tenendo conto anche delle qualità umane degli studenti, siano essi futuri medici o futuri giuristi. Di questo abbiamo bisogno, e non di inutili pretest che spesso escludono proprio i giovani migliori. L’80% dei medici fa questo lavoro per vocazione… ma ne siamo proprio sicuri?

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.