Melito e il carnevale mediatico che nasconde i violentatori

0

La vicenda di Melito non è solo un problema di mafia: dietro alle violenze subite da una minorenne c’è una società assente, che deve fare i conti con sé stessa.

La cronaca delle ultime settimane fa paura, è scritta sulla pelle di giovani innocenti. Vittime di un’indifferenza secolare, che distoglie lo sguardo da chi chiede aiuto. Innocenti violate nel corpo e nell’anima da chi in un primo momento dichiarava di amarle. Aveva soltanto 13 anni la ragazza calabrese di Melito di Porto Salvo, quando cominciarono le violenze e gli abusi perpetrati da otto giovani del posto. A dare inizio a questa tragica spirale di violenza era stato proprio il fidanzato della ragazza, il quale aveva deciso di condividerla con gli amici, come se fosse un videogioco. Il calvario di questa ragazzina è durato tre anni, durante i quali oltre alla violenza fisica si era aggiunta quella psicologica. Si sentiva sola e abbandonata dalla sua stessa famiglia, apparentemente disinteressata alla vita della ragazza, al punto da trovare in un tema scolastico l’unica possibilità di raccontare il suo dolore. Una richiesta d’aiuto rimasta in un primo momento inascoltata, nascosta dall’atteggiamento omertoso di chi temeva ritorsioni da parte del clan locale, di cui fa parte uno dei violentatori. Quando la notizia viene finalmente a galla, all’indignazione della stampa si accompagna l’ulteriore silenzio di gran parte degli abitanti di Melito. Poche decine di persone partecipano alla prima fiaccolata organizzata da Libera, mentre sui profili social degli indagati spuntano dichiarazioni di sostegno e l’indignazione viene rivolta contro il moralismo giornalistico, che “giudica senza conoscere”.  Certo, come sempre accade in questi casi è la vittima ad essersela cercata.

Ma anche la stampa dovrebbe fare un riflessione con i contenuti che propone. Sono centinaia gli articoli pubblicati su questa vicenda, che come da manuale si concentrano sulla vittima e sulla sua famiglia. Con una curiosità morbosa cercano di ritrarre la disperazione della giovane, vogliono sapere fino a che punto soffriva e se aveva cercato di farsi del male per porre fine al calvario; si insinuano come talpe nel suo rapporto con la madre. Cercano di ridurre la complessità di ciò che è avvenuto alla componente mafiosa. Non c’è dubbio che l’appartenenza al clan locale di uno degli stupratori giochi un ruolo determinante nel mancato intervento dei genitori e nel generale atteggiamento omertoso che ha accompagnato l’intera vicenda. Ma parlando solo di questo, si fa l’ennesimo torto a questa giovanissima che ha vissuto sulla sua pelle l’assenza della giustizia.

Della vittima vogliamo sapere tutto, mentre ai carnefici lasciamo il privilegio di una privacy dietro cui nascondersi e addirittura ricevere solidarietà. Questi otto ragazzi hanno un nome e hanno un’età. La maggior parte di loro ha vent’anni: sono ragazzi normali, che sui loro profili condividono aforismi e foto con gli amici. Se non sono i giornali a raccontare le loro storie, a mostrare i loro volti e scrivere i loro nomi, chi se li ricorderà? La storia di questa ragazza finirà nel dimenticatoio come quella di tante, troppe donne, e di quegli animali che vedono in un corpo femminile un giocattolo non se ne parlerà più. Che pena sconteranno? La sconteranno davvero o riusciranno a ridurla al minimo con qualche abile giochetto? Come si sradica questo odio nei confronti delle donne, se una stessa madre o un intero paese non vedono l’abuso sessuale come la più disgustosa forma di violenza?

Pronti a puntare il dito non appena vediamo una donna con il velo, urlando alla discriminazione. Così occupati a giudicare l’altro da non vedere che ciò che accade a casa nostra non è poi così diverso, che i diritti delle donne di cui andiamo molto fieri sono i primi ad essere violati. Non siamo migliori di nessuno se nel nostro paese, di fronte a una violenza di gruppo ai danni di una minorenne, c’è chi chiude gli occhi e tace e chi addirittura supporta i carnefici. Finché basta ricevere l’appellativo di “troia” perché tutto su una donna sia concesso e giustificato, finché anche un solo gruppetto di giovani penserà che in fondo la vittima “se l’è cercata”, il dito dovremmo puntarcelo addosso e riflettere se oggi in una società che si dichiara avanzata si possono ancora tollerare certi comportamenti.

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.