Mia mamma è una campionessa

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“Scusate se non vengo ai Mondiali, ma aspetto un bambino”. Così il commissario tecnico Massimo Barbolini e le compagne di squadra, con le quali ha vinto due stupendi titoli europei, si sono sentiti dire da Jenny Barazza, 29 anni, trevigiana di Codognè, centrale attualmente in forza al club turco dell’Eczacibasi Istanbul, alla vigilia dell’appuntamento agonistico più importante dell’anno.

Come sia poi andata in Giappone all’Italvolley femminile è un ricordo ancora vivo, ma non al punto da oscurare quella voce, comparsa come dal nulla mentre la squadra azzurra si preparava ad affrontare nel girone eliminatorio avversarie di tutto rispetto come le brasiliane, le olandesi e le ceche. Una voce “stonata”? Non c’è da aver paura a dire di sì. Per poi precisare stonata sì, ma con la musica di questo mondo, che è una musica “campionata” rigorosamente al computer, e dove sembra esserci posto solo per ritmi martellanti, programmati, precotti e, soprattutto, finalizzati al “successo”, alla passerella dei vincenti, al cosiddetto “risultato” al cui altare si sacrifica tutto. Compreso il momento in cui dare alla luce un figlio, che è norma per le atlete mettere in cantiere stando bene attente a non compromettere tornei, vetrine, medaglie e contratti con gli sponsor. Invece Jenny Barazza, la quale è, non a caso, una donna bellissima, ma di quella Bellezza che c’entra poco con le Veline.

Perfettamente intonata con quest’armonia, la centrale apprezzata in tutto il mondo per la grazia di una tecnica adamantina, unita alla potenza risolutrice delle schiacciate che fanno punti, se ne viene fuori con la propria gravidanza nel momento apparentemente più “inopportuno”. Lo annuncia al mondo intero quando sarebbe invece il caso di sudare in palestra, consumarsi nell’assimilazione degli schemi, saltare un fatidico millimetro in più, e un centesimo di secondo “prima”, pur di ottenere il posto in un’avventura azzurra che significa visibilità planetaria, fan in fila per gli autografi, nuovi contratti pubblicitari a cui affidare il proprio benessere. Con il risultato, ecco il punto critico a cui ci riconduce questa vicenda, di farsi invidiare ancora di più delle sue compagne partite per il Giappone.

Senza maternità non c’è pari opportunità
Non c’è nulla di paradossale in quest’ultima affermazione. Perché se le varie Gioli, Arrighetti e Lo Bianco della nazionale italiana suscitano l’ammirazione di migliaia di ragazze desiderose della loro stessa popolarità, Jenny Barazza fa dire a un numero di donne altrettanto grande: “Beata lei che può permetterselo”. Confessato con amarezza da tutte quelle casalinghe, disoccupate o lavoratrici precarie costrette a rinviare a tempo indeterminato il momento di diventare mamme a causa di un’instabilità economica e, ancora di più, da una drammatica mancanza di futuro, ormai “croniche” nella realtà quotidiana di questo Paese. Dove migliaia e migliaia di cittadine, se solo ne avessero la possibilità, rinuncerebbero anche a qualcosa di più di un campionato del mondo pur di realizzarsi come genitrici. È questa la dura morale della favola che sta al fondo del gran rifiuto di Jenny. La quale, grazie a una posizione professionale conquistata con pieno merito nell’ambito dello sport, ha potuto esercitare una scelta che, nell’Italia di oggi, non è altrettanto “alla portata” di tante sue connazionali cassiere part-time, rappresentanti pagate a percentuale, impiegate comunali con contratto a termine, apprendiste parrucchiere in nero, operaie in cassa integrazione, artigiane in attesa di sapere se la propria ditta sopravvivrà con loro o senza di loro ai venti della recessione economica. Tutte donne messe all’angolo da una crisi che ha parte importante nel bloccare la formazione di nuove famiglie e, a maggior ragione, il concepimento di nuovi bambini.

Ecco perché in un quadro così cupo, Jenny Barazza diventa involontaria “testimonial” di un diritto alla maternità senza il quale frana semplicemente ogni idea di pari opportunità fra uomo e donna. Bisogna comunque aggiungere che, rispetto a un passato non lontano, la situazione è mutata anche in positivo. Di atlete capaci di inserire la maternità nella propria carriera, magari con un pizzico di programmazione in più, se ne contano ormai diverse, e anche fra le cosiddette “stelle”. Nella stessa nazionale di volley femminile si lascia ammirare in tutto il mondo, per l’avvenenza e la bravura, Simona Gioli, 33 anni, centrale attualmente in forza alla Dinamo Mosca, nel 2006 capace di staccare la spina dal Perugia, dove allora militava, per mettere al mondo il dolce Gabriele mente le compagne di squadra vincevano la Coppa dei Campioni nella finale contro il Cannes. Ma fu una gioia solo rinviata: nel 2008 Perugia coglieva infatti il bis in Champions, stavolta contro la corazzata russa dell’Odintsovo, e veniva trascinata al trionfo dalle strepitose prestazioni di Simona, da allora battezzata Mamma Fast per come, anche ora che è madre, continua a mettere a terra la palla del punto.

Cambiando di sport, nella scherma due campionesse che tutto il mondo invidia all’Italia, come Valentina Vezzali e Giovanna Trillini, hanno vinto entrambe la sfida del pancione, tornando a essere, dopo il parto, fiorettiste che riescono a mettersi alle spalle tutte le altre avversarie. Così come, da mamme, hanno continuato a battersi ai vertici mondiali e olimpici campionesse come Josefa Idem nella canoa, Daniela Ceccarelli con due sci ai piedi, Fiona May negli stadi dove si salta in lungo, Barbara Fusar Poli sulle scie disegnate dai propri magici pattini. Tutte protagoniste di una “normalità” che pareva ancora distante pochi anni fa, quando un’altra grande pallavolista come la romena Cristina Pirv doveva concludere di brutto la propria carriera, perché in attesa di un figlio dal collega e marito Giba, superstar del Brasile campione del mondo. Oggi Jenny Barazza “va a punto” anche per lei.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

Cogitoetvolo