Michael O’Brien

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Michael O’Brien (Ottawa 1948), pittore e scrittore, è noto in Italia soprattutto per Il nemico, la storia di un frate incaricato dal Papa di una missione davvero peculiare: convertire nientemeno che l’Anticristo… Riportiamo una intervista che ha rilasciato durante un recente viaggio nel nostro Paese per il lancio del suo nuovo romanzo L’isola del mondo (San Paolo, Cinisello Balsamo 2009, pp. 848, euro 26). Per una panoramica sul suo lavoro di artista poliedrico è possibile consultare il sito www.studiobrien.com.

 

Michael raccontaci qualcosa degli inizi del tuo lavoro di artista.

Nel 1970, quando ero un giovane artista, ebbi la mia prima esposizione di quadri in una galleria d’arte molto importante del Canada. Riuscii a vendere praticamente tutti i pezzi: giornali e riviste si occuparono di me e si aprirono molte porte. Il mondo dell’arte sembrava d’improvviso interessato al mio lavoro; così, con il denaro ricavato, mi presi una vacanza viaggiando per il Canada e mi capitò di incontrare un buon sacerdote di una piccola missione cattolica. Mi chiese di aiutarlo per qualche tempo nel servizio dei poveri. Accolsi la sua richiesta e rimasi in un villaggio chiamato Il fiume azzurro sulle Rocky Mountains, nella British Colombia; il posto era una sorta di selvaggio west, senza cultura, dove la gente beveva e si drogava. Fu però lì che incontrai una buona cattolica, Sheila, che sarebbe poi diventata mia moglie. Ci sposammo nel 1975, arrivò il primo bambino, e io decisi di abbandonare l’arte.

Pensavo che non sarebbe stata una via realistica per sostenere la famiglia e credevo che la mia vita si sarebbe mossa su binari assolutamente ordinari: avevo, infatti, iniziato a lavorare in un osservatorio meteorologico del governo, un mestiere oggi del tutto inutile dato che è stato sostituito dai satelliti. Un giorno però mia moglie mi disse: «Michael, il dono che Dio ti ha dato è di essere un artista, tu sei un artista, tu devi seguire questa strada…». Io risposi: «No, la mia strada è sostenere la mia famiglia», ma lei insisteva: «No, non penso davvero che sia così».

Dovevo decidere che cosa fare della mia vita (…). Decisi di dedicare un anno intero della mia vita alla pittura, scegliendo dei soggetti espressamente cristiani. Eravamo convinti che quella sarebbe stata la nostra risposta a Dio, la nostra offerta, anche se eravamo certi che il mondo non avrebbe compreso. Inizialmente si trattò di una sorta di offerta fatalista, senza un atteggiamento veramente cristiano. La storia sarebbe molto lunga da raccontare; posso dire che il Signore iniziò ad aprire una porta dopo l’altra (…). La verità fondamentale che ho appreso è che in qualsiasi vocazione ci deve essere la componente del sacrificio e l’apertura al sacrificio non può darsi senza una vera vita di preghiera.

 

Quali sono gli ingredienti di una buona storia?

Io scrivo in modo intuitivo, non ho una tecnica precisa. Racconto delle storie e alcune volte sono delle storie decisamente molto lunghe… Credo che al cuore di ogni racconto ci sia la volontà di scrivere una storia sulla condizione umana, magari con un interesse particolare per le vite spezzate, o per le vite normalmente considerate di nessun valore. Credo ci sia una profonda bellezza in ogni vita. L’elemento essenziale di una storia vera è il racconto del dramma. Ogni personaggio di una mia storia è ugualmente importante: bisogna approfondire la specifica bellezza di ogni personaggio senza cadere nella trappola del sentimentalismo. Uno scrittore cristiano mostra le realtà del vero mistero, guarda sia alla grandezza dell’uomo, sia alla ferita inferta dal peccato alla nostra natura. Nei miei libri cerco di spiegare come ogni vita abbia un suo perché ben preciso nel mondo e come quindi sia insostituibile. Cerco di approfondire il viaggio interiore di ogni essere umano attraverso gli eventi specifici della sua vita. I fatti che riguardano L’isola del mondo sono estremamente drammatici, ma in genere i miei personaggi sono abbastanza ordinari. Cerco di incarnare le mie storie sapendo che in realtà la vita non è mai banale e ordinaria.

 

Quali sono i tuoi maestri nella scrittura?

Non sono un professore, quindi non darò un parere «tecnico», comunque i miei preferiti sono: Tolkien, Dostoevskij ed Eugenio Corti.

Tolkien ci consegna l’atmosfera di un vero dramma umano, ci mostra come ognuno di noi sia inserito nel bel mezzo di una grande guerra che durerà sino alla fine dei tempi. Questo è l’elemento fondamentale: non importa quale sia il nostro ruolo nell’avventura. Non importa se nella vita saremo Frodo o Sam…. In ciascuno di noi ci può essere un po’ di Frodo, di Sam, di Boromir, di Aragorn, e ognuno di noi purtroppo ha anche la potenzialità di diventare un Gollum…

Dostoevskij approfondisce molto la natura umana interrogandosi in particolare sul problema del male. Egli pone le vere domande sul dramma umano, sul dilemma tra fede e disperazione, solitudine e autentica comunione, orgoglio e umiltà, amore e possesso. Nella sua opera è come se continuasse a chiedere: «Ma che cos’è veramente l’amore?».

Veniamo a Eugenio Corti. Ho amato tanto il Cavallo rosso: è il ritratto di un gruppo di giovani cattolici che vivono una vita «umana», semplice, ordinaria, ma bellissima, con tutte le sue debolezze e le sue forze, che vengono d’improvviso risucchiati nell’inferno della seconda guerra mondiale. Questi ragazzi vivono il cambiamento repentino del mondo occidentale. La domanda profonda di Corti è: «Come fa l’uomo a mantenere la sua umanità in circostanze terribili?». Non ho mai incontrato giovani come quelli raccontati da Corti, perché la mia generazione fu la prima a vivere nella tirannia del relativismo morale. Il romanzo di Corti mostra lo sforzo per mantenere integri i propri ideali e per trasmetterli alla generazione successiva. Voglio soffermarmi anche su Flannery O’Connor. Ha una sorta di umorismo nero, pesante, ma con un grande dono di ingegno e verità insieme, che le permette di ridere sulla condizione dell’uomo perché questi possa accettarsi così com’è.

 

Ti sei interessato di Cormac McCarthy, un autore violento analogamente alla O’Connor?

Ho appena letto La strada e mi è piaciuta moltissimo, è un libro molto desolato, sembra una metafora del nostro paesaggio spirituale. Egli indica l’amore sacrificale come via per preservare il futuro. E l’essenza del sacrificio è l’essenza della paternità, che è così oltraggiata nella nostra epoca, che ha smarrito il senso gerarchico dell’universo e ha visto lo spezzarsi della famiglia. Credo che il destino della famiglia dipenderà dalla riscoperta della vera paternità. Molti dei miei romanzi si occupano della questione dell’autentica paternità, della paternità spirituale.

 

Quali autori consigli ai giovani per avvicinarsi alla lettura?

Tolkien, perché dà dei fondamenti molto potenti, e C.S. Lewis.

 

Qual è il ruolo di uno scrittore cattolico di fronte ai grandi mali del nostro tempo, tra gli altri, l’aborto e l’eutanasia?

L’aborto e l’eutanasia sono sintomi di un problema molto più profondo nel mondo moderno: la perdita della sacralità della vita umana. Il materialismo ha ridotto l’uomo a un oggetto che consuma o che è consumato, lo ha trasformato in un pezzo di un meccanismo. Abbiamo perso il senso del «miracolo» dell’esistenza. L’uomo moderno è stato scosso sino alla radice per quanto riguarda il valore della stessa vita. Credo che a questo si debbano le grandi catastrofi del secolo scorso, come la prima o la seconda guerra mondiale. Nel ‘900 ci sono state 170 milioni di persone uccise dai loro stessi governi, la maggior parte delle vittime è legata al marxismo e al nazismo, se a tutto questo poi si aggiungono le vittime dell’aborto e dell’eutanasia… Tra i grandi mali vorrei ricordare anche la dittatura del relativismo morale, che si maschera sotto un aspetto molto «umano», «antropocentrico», ma in realtà significa la morte della cultura. Alcuni scrittori cristiani possono essere chiamati a scrivere su alcuni temi specifici, come quello dell’aborto, altri saranno chiamati a indagare le cause spirituali di tutto questo. Credo che la mia chiamata sia questa seconda. È importante indagare il male e smascherarlo, ma il mio primo compito è mostrare il bene, incarnarlo, di modo che il lettore sia aiutato più facilmente a innamorarsi della vita.

 

A che cosa stai lavorando in questo periodo?

Alla pittura, devo terminare una serie di dipinti sui misteri luminosi del Rosario. È un lavoro che porto avanti da parecchio, è stato rimandato da tempo e gli editori attendono… si tratta di un libro dedicato ai misteri del Rosario con mie immagini e un commento. Quando lo avrò concluso, vorrei dedicarmi a una serie di opere dedicate ai misteri della vita di san Giuseppe. Per quanto riguarda la scrittura, ho in cantiere tre o quattro romanzi. Mi piacerebbe scrivere una versione di Pinocchio per i tempi di oggi.

 

Sei pittore e romanziere. Come fai a far coabitare queste due vocazioni?

Non penso si tratti di due vocazioni diverse, sono due «linguaggi» diversi. Se l’arte è la lingua dello spirito, la pittura è un dialetto e la scrittura un altro dialetto. La scrittura richiede una concentrazione maggiore dal punto di vista razionale, mentre la pittura tende a essere più intuitiva e visuale, ma mi sono reso conto che anni e anni di esercizio nella pittura hanno contribuito alla mia scrittura, adesso sono molto più sensibile alla questione della scrittura come «visuale». Scrivere mi ha aiutato a comprendere la necessità della chiarezza delle forme. In qualche modo, nel mio caso, una disciplina ha insegnato all’altra, e poi in fondo entrambe richiedono disciplina.

 

Perché hai ambientato in Croazia la tua ultima storia?

La storia è nata nella mia immaginazione dopo una  visita in Croazia. Ho visto in questa terra un microcosmo del collasso del mondo: la prima guerra mondiale, la seconda, fino alla terribile guerra degli anni ’90.  Ci siamo concentrati sugli orrori della tirannia sovietica e nazista e abbiamo dimenticato quanto è successo in Jugoslavia; forse ci siamo lasciati sedurre dalla propaganda del regime di Tito, come se la Jugoslavia avesse rappresentato un socialismo dal volto umano, si immaginava una forma benigna di socialismo. È assolutamente falso: il regime in Jugoslavia era disumano e questa presunzione galleggiava su un mare di sangue innocente. È una storia ancora poco conosciuta, ma in realtà si trattò della crocifissione di un intero popolo. Ci sono molti libri che potrebbero essere tradotti in Italia su queste vicende…

Intervista di A. Rivali, tratta dal sito www.ares.mi.it

Il nemico su ibs.it

L’isola del mondo su ibs.it

 

Cogitoetvolo