Mitologia nordica e classica a confronto 2: La fine del mondo e la fine delle mitologie

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Ho trovato davvero ottimo ed interessante lo spunto nell’articolo sul confronto tra la mitologia Greca e Nordica che si concludeva in favore di quest’ultima secondo il suo autore, essendo inoltre una base fondamentale per gli scritti di Tolkien.
In breve, per chi non l’avesse letto, egli la preferiva per una maggiore chiarezza e coerenza nel ruolo e nelle azioni degli uomini, dei e crature mitiche a differenza del mito greco che rendeva possibile che l’uomo, pur compiendo il bene o il suo dovere, andasse contro il volere degli Dei (vedi il ciclo del’Orestea).

Ma vorrei analizzare alcuni elementi che non mi trovano pienamente concorde e non per faziosità, poichè la nostra cultura è imbevuta di quella greca: io adoro i cicli norreni, intendiamoci.

L’autore citava l’esempio di Ulisse che acceca Polifemo per salvare i suoi uomini e perciò offende Nettuno, affermendo che invece nella mitologia nordica non esistono questo genere d’incongruenze, poichè vige un principio di giustizia superiore. Ma come ricordato da un lettore,  esso è presente anche nel mito greco, come Fato, una Forza talmente potente da sottomettere gli uomini e gli stessi dei: è pur vero che il Fato non agisce per giustizia, in realtà è completamente disinteressato alle vicende umane e divine; in questo caso però è evidenziabile, se non con gli stessi termini, una sorta di Essere Superiore alle divinità persino nella mitologia nordica: e non è necessariamente un un principio ordinatore, di giustizia.
Esistono infatti delle vicende nelle quali gli dei della Scandinavia devono confrontarsi con quelle forze che regolano il mondo, o alcune entità sopravvissute dalla Battaglia dell’Inizio del Mondo, che raramente soggiogano e ben più spesso ne sono succubi anche ignaramente; penso ad esempio al dio Odino, Padre di tutti gli Dei, che per aquisire la Saggezza gli viene imposto di cavarsi un occhio e rimanere appeso ad una quercia per giorni, esposto a grandi sofferenze (mi ricorda un certo Prometeo, punito, in quel caso, per aver rubato il fuoco), sottoponendosi ad una prova dalla quale non si può sottrarre neppure la più grande di tutte le divinità. Oppure Thor, che in una gara di bevute crede di esserne uscito sconfitto, scoprendo invece che il suo avversario era un essere più potente di lui.
Tuttavia ci terrei a sottolineare un elemento fondamentale, che spesso si dà per scontato.
Ad una prima istanza le due mitologie sono identiche per tantissimi aspetti, in primis la Creazione del Mondo sino alla conquista del potere ad opera dei Nuovi Dei sulle Forze Figlie del Caos e della Primordialità (Giganti e Titani); però, giunti ai nostri giorni, o meglio quelli degli antichi greci e scandinavi, le strade delle due concezioni mitiche divergono.
Per il ciclo nordico tutto avrà (avrebbe avuto) fine con il famoso Ragnarok, la Fine del Mondo: la Battaglia Finale tra forze del Bene e del Male della quale ci sono noti alcuni dettagli ma della quale non conosciamo l’esito preciso. In linea di principio tutto dovrebbe terminare così come era iniziato: nel Caos (ma non possiamo dirlo con certezza, non essendo ancora avvenuto).
Gli antichi greci invece non avevano un corrispettivo vero e proprio per la Fine del Mondo: sapevano, credevano, certamente di vivere durante la cosiddetta Epoca del Ferro, ma non potevano dire cosa sarebbe successo dopo. Avevano anche loro qualche ipotesi, teoria o miti minori, ma niente a che vedere con una vera e propria Fine. Del tipo: chi vivrà, vedrà.
E da questo punto di vista Tolkien si rifà molto più a quest’ultima, poichè dà sporadici accenni ad eventi futuri, me senza precisazioni ed interrompe la storia poco dopo la narrazione, alla fine della Terza Era, corrispettiva, più o meno dell’Epoca del Ferro (le Epoche del Mondo: altro elemento comune a quasi tutte le mitologie del globo -secondo i Maya nel 2012 si concluderà l’ultima di 5 Ere, ognuna terminata con un cataclisma, tanto per citare qualcosa che ascoltiamo di continuo).

Qualcuno obbietterà che anche nella Bibbia si parla fine con l’Armageddon (dall’ebraico Ar-Megiddo, la piana dove avrà luogo) e Apocalisse (dal greco, Rivelazione): in realtà il primo fa parte dell’Antico Testamento e quindi viene “completato” dal libro di Giovanni, il quale però profetizza la Fine dei Tempi, non la Fine del Mondo (il tempo degli uomini? il tempo del peccato? Mha, chi vivrà vedrà), perciò anche in questo caso non sappiamo cosa avverrà dopo.
Ritengo dunque che questa necessità di indicare l’inizio e la fine di qualcosa sia caratteristico di una mitologia più primitiva, o quantomeno, meno evoluta, come i bambini che hanno bisogno di certezze seppur negative, ma sempre certezze. L’incognito è qualcosa che atterisce più del male, il bambino come l’uomo primitivo; ma i greci, ai quali dovremmo prostrarci ogni mattina per lo sviluppo della ragione e della nostra civiltà, anche se con riserve com’era giusto per un popolo antico, non escludevano d’inserire l’ignoto nel loro mito. E cosa trova San Paolo quando va a predicare tra questi “uomini di filosofia” ad Atene? La lapide al Dio Ignoto. L’occasione perfetta per l’attacco di una delle sue più belle argomentazioni evangeliche.
Pertanto ritengo sia logicamente concludibile che una civiltà così più aperta mentalmente fosse terreno fertile, forse il migliore, per l’apostolato: infatti le comunità della Grecia furono tra le prime ad essere fondate ed a diffondere il messaggio di Salvezza.

Non mi esprimo su quale tra le due mitologie preferisca, perchè entrambe a loro modo e nei loro diversi aspetti mi affascinano.

 

Cogitoetvolo