Mitologia nordica e classica a confronto

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Eroi immortali. Achille e Ulisse, Beowulf e Sigfrido.
Immaginate l’infinito duello tra la nemesi dei troiani e l’uccisore del drago, entrambi quasi del tutto invulnerabili. Avrebbe, Ulisse, potuto sconfiggere Grendel con l’astuzia o Beowulf Polifemo, con la forza?

Spunto interessante, ma non è quello che m’interessa sottoporvi. Fin da subito preferisco mettere le cose in chiaro: personalmente preferisco la mitologia nordica. Perché? È presto detto.

Entrambe le elaborazioni fantastiche hanno una visione tragica dell’uomo, destinato alla morte. D’altronde, non poteva essere altrimenti per l’uomo pre – cristiano: una vita breve, costellata di sofferenze senza un senso, costantemente affiancata alla morte. Persino quei pochi, forti, astuti o ricchi abbastanza da potersi permettere degli agi, al termine della vita condividevano la stessa sorte del più umile degli schiavi. Poi l’oblio.

Nel mondo pre – cristiano non esiste la speranza: per quanto si possa essere valenti in vita, ogni cosa è futura polvere. L’unica possibilità di scampo è tramite la gloria e la memoria dei posteri sulle gesta, epiche o generose, dell’eroe. Dobbiamo prendere atto che alcuni ci sono riusciti: questi personaggi, mai esistiti, sono più famosi di quelle persone reali che manovrano oggi l’economia e la politica mondiale.

Tuttavia nei miti nordici s’intravede un principio di giustizia superiore, persino agli stessi dèi. Lo snodo fondamentale di Beowulf e della saga dei Nibelunghi è la lotta tra l’umanità e i mostri: in questo conflitto gli dèi sono alleati degli uomini. Tuttavia il destino degli uni e degli altri è segnato: alla fine trionferanno le forze del disordine. Cosa rimane dunque?

Come detto prima, rimane l’impresa, l’epico segno di aver combattuto dalla parte giusta. L’estrema e stoica resistenza contro le forze del male. Questo è giusto: combattere per il bene, al fianco degli eroi e degli dèi. Questa visione non è condivisa dai greci: sebbene Ulisse giustamente accechi Polifemo, che è un mostro, ciò non gli viene tributato come giustizia, ma, anzi, poiché il ciclope è figlio del dio Nettuno, la difesa dei suoi uomini gli viene tributata come colpa.

Da questo episodio e da altri si evince come non c’è un criterio univoco di giustizia, ma ogni divinità ha i suoi progetti su questo o quel mortale. Il gesto marziale viene svuotato ed è valido in sé, come un qualsiasi atto atletico.
Per questo Beowulf, Sigrifido e le altre leggende nordiche sono state terreno fertile per far nascere il Signore degli Anelli.

 

Milanese da più generazioni, è ammalato di fantasy dalla tenera età di otto anni, quando si accostò a Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien. Ora sta concludendo la laurea specialistica in Bocconi, ma rimane sempre appassionato di giochi di ruolo e wargames. Si diletta col krav maga.