Morire da schiavi

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Provate a immaginare tutto ciò che di brutto possa accadere ad un uomo nella sua vita: povertà, malattia, deportazione, esilio, fame, sete, schiavitù. L’orrore di non avere più una casa, una famiglia, un Paese. L’orrore di perdere all’improvviso la propria libertà, di finire schiavi di chi non ha morale, di chi non ha scrupoli, di chi porta solo la morte e la desolazione.

Nelle rotte dei migranti africani questo succede con cadenza quasi giornaliera. Si scappa da Paesi in cui la guerra e la miseria falcidiano un numero impressionante di vite umane e in cui la vita degli occidentali sembra essere solo un miraggio lontano e impossibile. L’unica speranza è la fuga, una fuga costosa in termini di denaro, energie e dignità. Ci si imbarca su qualche gommone in balia delle onde e degli scafisti, oppure su qualche mezzo di trasporto improvvisato, in balia dei predoni e del deserto. C’è chi fugge, ad esempio, da Sudan ed Eritrea, Paesi ai quali l’uomo e la storia non hanno mai donato neanche un piccolo momento di pace e benessere. Obiettivo: Libia o Egitto, trampolini di lancio per raggiungere l’Italia, o anche Israele, paese contraddittorio ma con ampie possibilità di inserimento, data la sua economia sostanzialmente florida.

Oggi però tutti hanno paura dell’immigrato, dello straniero, del disperato, perché è sinonimo di delinquenza, droga, cattive abitudini e sporcizia. E così Gheddafi, leader libico e nostro alleato d’eccezione, fa imprigionare, picchiare, seviziare, chiunque giunga nei suoi confini da immigrato e, non accontentandosi di questo, invia veri e propri squadroni della morte per risolvere il problema sul nascere. Gli immigrati vengono presi fuori dai confini libici e caricati su fatiscenti camion, donati, questi ultimi, dal Governo italiano (ignaro, vogliamo sperare, dell’uso che ne viene fatto), in segno d’amicizia. Violenze sessuali, omicidi a sangue freddo, morti inevitabili per mancanza di acqua e cibo, malattie che si diffondono in fretta, perché su questi camion non è concesso lavarsi o fermarsi per defecare. I cadaveri però, questo sì, vengono gettati nel deserto, in pasto agli avvoltoi. Italia e Libia possono stare tranquilli, gli immigrati non arriveranno mai nei loro territori. E chi se ne importa se hanno pure diritto d’asilo (come previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951), meglio non chiedere.

Egitto…Anche qui la situazione è complicata, dato che di recente è partito qualche proiettile di troppo (accidentale, si intende) contro migranti in movimento lungo i confini. Per raggiungere Israele esiste invece un “piccolo” problema dell’ampiezza di 60.000 km quadrati circa: la penisola del Sinai, vasto e ostile lenzuolo desertico che collega Africa e Asia, Egitto e Terra Santa. Non è facile attraversare a cuor leggero un deserto, specie dopo aver attraversato mezza Africa e aver speso tutte le proprie energie e risorse, già minorate da anni di carestia. E cosa ti attende dopo? Carcere. Sì, non fanno sconti in Israele, ti tengono qualche mese in carcere e poi ti rimandano a casa. Alcuni volontari però, in appositi ospedali, visitano spesso i migranti arrivati nel Paese in condizioni estreme. La maggior parte delle richieste ai medici israeliani riguarda interruzioni di gravidanza: almeno il 60% delle donne che hanno attraversato la penisola del Sinai chiede l’aborto, accompagnando la richiesta con evidenti segni di violenza sessuale. Ad altre, durante le visite, viene comunicato che il bambino è già morto.

Cosa succede nel Sinai? Lo si sapeva già da un po’, ma adesso è sotto gli occhi di tutti dopo gli eventi recenti (e ancora tragicamente attuali) che riguardano più di 200 profughi (per lo più eritrei) tenuti in ostaggio da predoni del deserto, trafficanti di esseri umani alla ricerca di denaro facile o di organi da rivendere a qualche ricco crapulone occidentale. I morti sono già sei, tra cui due diaconi ortodossi, trucidati a sangue freddo mentre tentavano qualche via di fuga. Difficile fuggire dal deserto, specie se la merce umana è strettamente legata ad una lunga e interminabile catena. Niente cibo, niente acqua. Donne e uomini sotto i trent’anni costretti a bere la propria urina per resistere alla disidratazione e alle terribili escursioni termiche. I predoni chiedono 8.000 euro a testa come riscatto, ma le famiglie sono riuscite a pagare un massimo di 500 euro, frutto di anni di sacrifici e restrizioni, considerando anche che il viaggio della speranza è stato possibile pagando ben 2.000 euro (se si considera che molta gente nel corno d’Africa a stento arriva a guadagnare il corrispettivo di un dollaro al giorno, non c’è da meravigliarsi se parliamo di cifre stellari). Tutti sembrano interessati alla sorte di questi poveracci, ma nessuno agisce. Solo il giornale della Cei, l’Avvenire, continua ad aggiornarci, giorno per giorno, sulla condizione di questi disperati. Il Papa ha anche rivolto un appello a tutte le autorità mondiali affinchè si faccia qualcosa.
Al momento in cui si scrive però, nulla si è mosso. Unione Europea, Israele, Egitto, stanno a guardare aspettando la tragedia. Troppo difficile intervenire, specie per chi vanta le forze militari e strategiche più importanti del mondo, capaci di scatenare l’inferno sulla Terra in poco meno di un minuto. Come si fa a morire così nel Terzo Millennio? Chiedetelo a loro. I nuovi schiavi.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.