Multiversità: qualche idea sulla vita e sulla laurea

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L’Università si chiama così perché in diverse città europee, tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, si strutturarono o si costituirono associazioni libere di docenti, come l’universitas magistrorum di Parigi, oppure di docenti e studenti assieme, come l’universitas scholarium di Bologna. Universitas era qualunque corporazione di mestiere, cioè qualunque associazione composta da tutti coloro che si occupassero, a diverso livello, di uno stessa attività (manuale o no). Le università degli studi medievali riunivano dunque assieme chi insegnava e chi imparava le discipline che si insegnavano e si imparavano allora: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, musica, astronomia, teologia, diritto e medicina. Io non so quanti studenti (e docenti) universitari si siano mai interrogati sul significato di “università”. È un significato impegnativo perché indica che tutti gli associati vertono (cioè sono rivolti) verso un unico scopo.

Diverse idee di università
Naturalmente lo scopo unitario di prof e studenti di università è lo studio, soprattutto nella forma della ricerca. Non si tratta solo di sapere, fare e capire tutto quello che c’è già, ma di contribuire a più livelli a formulare cose nuove, che siano interpretazioni, teorie o strumenti perché i viventi (nell’ambiente) vivano meglio, nel corpo e nella salute, nel comportamento individuale e sociale e nel pensiero. In realtà io credo che siano moltissimi anni che (quasi) nessuno di noi pensa all’università come a una comunità con uno scopo condiviso. Sarebbe bello che vi metteste in classe con il prof a fare un brain-storming, cioè una di quelle attività in cui si formula un concetto (università) e ciascuno dice quello che gli viene in mente. Si scrive tutto alla lavagna (o sulla LIM, se c’è…), si raggruppano le idee comuni e si vede che cosa salta fuori…
Siccome questo è un periodo in cui, a quanto sembra, prof e studenti universitari hanno riscoperto un impegno condiviso (pro o contro una riforma che, al momento, è un’ipotesi), vorrei vagare un po’ fra alcune idee comuni sull’università. Il mese prossimo parleremo di riforma, con chi all’università lavora e vive.

Anni mitici e anni tragici
Fino a poco tempo fa e in molte famiglie ancora adesso, l’università era un sogno. Mandare un figlio all’università era il segno di avercela fatta, tra mille difficoltà, a garantire al figlio una vita meno difficile o, almeno, meno povera. I genitori che nutrivano questo mito pensavano che l’università fosse un luogo ordinato, definito, in cui tutto fosse chiaro, in cui lo scopo che accomunava i prof e i propri figli fosse decisamente lo studio. Uno studio che garantisse un futuro. Dagli anni Sessanta del Novecento in poi, molte famiglie ce l’hanno fatta. Solo che, tra affollamento, contrapposizioni ideologiche, risorse sempre insufficienti, privilegi da mantenere e diritti da affermare, l’università era un caos. Torno a raccontarvi la mia esperienza, per parlare con competenza diretta. A lettere classiche era una meraviglia: studenti non tantissimi, prof raggiungibili e sempre presenti, orari che si potevano incastrare e libri che si potevano scambiare. Tanti giovani: oggi si chiamano precari, allora assistenti volontari (sottopagati, se pagati). C’era una bacheca con gli avvisi e, soprattutto, c’era condivisione: chi aveva già capito come funzionasse lo diceva agli altri. Il resto di palazzo Nuovo era il caos: bigliettini di carta appiccicati nei posti meno probabili (o nell’atrio immenso o sui muri dei corridoi) indicavano orari di lezione, programmi d’esame, calendari degli appelli e inaspettate frequenti assenze dei docenti alle lezioni e agli appelli. C’era l’avviso. Certo, ma era attaccato così in alto che non potevi vedere quel che c’era scritto. Qualche volta, dopo gli esami, veniva a prendermi mio padre. Mio padre lavorava alla FIAT, era immigrato da solo a Torino a 16 anni ed è morto di silicosi a 61 anni. Di fronte a quel mondo della cultura allestito alla bell’e meglio in un luogo confuso, sporco e disorganizzato, mio padre era allibito e, soprattutto, molto deluso. Intanto la vita quotidiana incontrava la Storia (una brutta Storia, come la morte del maresciallo Berardi in un attentato): sulle scale per andare agli istituti (oggi dipartimenti) si trovavano i volantini terroristi e, fuori, c’erano presìdi di giovanissimi poliziotti in tenuta antisommossa.

Anni elettronici e presenze virtuali
Adesso è cambiato tutto. Le bacheche degli esami sono in rete e i prof segnalano un indirizzo di posta elettronica. Molti rispondono, altri non subito e non sempre. Ci sono perfino le università telematiche: una selva in cui non è facile trovare il sentiero giusto. L’atrio di palazzo Nuovo resta il caos che era, forse più scanzonato e molto meno ideologico nei suoi volantini e manifesti. Ho lavorato all’università, negli ultimi anni. Un pomeriggio d’inverno ho incontrato Vigli, simpaticissimo mio allievo al liceo. “Ehi prof” mi ha detto Vilgi “ha visto, qua sembra un locale”, un posto dove vai a divertirti e a “baccagliare”. Forse non era quella l’idea che il padre di Vigli aveva dell’università di suo figlio. Una selva di insegnamenti da sommare in base ai loro “crediti”, una quantità di tipi di laurea, una serie di corsi di base, anche per imparare a scrivere… Non credo che il padre di Vigli si aspettasse che all’università suo figlio dovesse ancora imparare a scrivere… Parlo per assurdo, certo. È un fatto che i corsi di scrittura, o quello di filologia bizantina (!) per chi farà il mediatore culturale con i bambini arabi e cinesi di porta Palazzo o tanti altri corsi utilissimi e inutili sono tutti quanti tenuti da precari. È un altro fatto che alcuni prof non precari sono ancora inaspettatamente assenti. Per posta elettronica si può anche mandare una controrelazione di laurea che leggerà qualcuno, tanto la discussione di una tesi dura sei o sette minuti e nessuno ci fa caso…

Anni sprecati?
In anni recenti, vi ho detto, ho lavorato all’università. Una legge dello Stato aveva previsto che i laureati che volessero insegnare a scuola dovessero frequentare una scuola di specializzazione biennale. Molti dei vostri prof l’hanno frequentata. Io ho lavorato in questa scuola che ancora non c’era e che si trattava (noi prof di scuola e docenti universitari) di “inventare”. Credo che ce l’abbiamo fatta, abbastanza bene e nonostante molte difficoltà, da quelle di merito a quelle banalissime e pratiche, ma quasi insormontabili. Lasciamo perdere che mancassero i laboratori: mancavano le sedie e io ricordo di alcuni esami svolti al bar, dove le sedie almeno c’erano. Più divertente, più caldo, ma decisamente non giusto. Ho raccontato questo per spiegare una caratteristica del funzionamento di scuola e università in Italia. Mancano le risorse minime, ma ce la facciamo lo stesso (e spesso anche bene). Però sulla pelle di chi supplisce con la propria fatica e le proprie risorse alla troppe carenze. Per esempio sulla pelle dei precari sottopagati (trent’anni fa si chiamavano assistenti volontari) che fanno attività didattica. Vorrei aggiungere che la scuola di specializzazione è stata avviata, ha svolto la sua funzione per dieci anni di esperienza preziosa, infine è stata abolita: esperienza e risorse in fumo…

Un elenco aperto
Per questi motivi istintivamente diffido delle riforme che cambiano il mondo (universitario) in un momento in cui per ragioni sopranazionali sembra che non ci sia un euro da investire… Temo infatti che si cambino cornici ed etichette e che le risorse continuino ad essere mal distribuite. Per questi stessi motivi posso dichiarare una lista di sogni, quelli che avrebbero fatto mio padre e il padre di Vigli per l’università (e il futuro) dei loro figli. Come loro anche io vorrei

  • un mondo in cui non ti facciano laureare per organizzare una festa di compleanno
  • un mondo in cui, se non sei laureato, ti rispettino tanto quanto rispettano uno laureato
  • un mondo in cui si capisca che il lavoro intellettuale non è più dignitoso di quello manuale
  • un mondo in cui si capisca che il lavoro manuale (per esempio di chi fa un impianto elettrico) è lavoro intellettuale in cui si usano anche le mani
  • un mondo in cui ci sia lavoro dignitoso e non sottopagato per tutti, laureati e non laureati
  • un mondo in cui nella scuola di base si imparino tutte le cose fondamentali
  • un mondo in cui non sia indispensabile andare all’università per saper fare quello che facevano i miei nonni che a scuola erano potuti andare poco
  • un mondo in cui le risorse siano distribuite in modo razionale, per esempio in cui funzionino bene i treni e non sia necessario moltiplicare università locali che si dividano sempre le stesse risorse
  • un mondo in cui, se scegli di studiare all’università, tu possa davvero imparare a far ricerca invece di studiare quello che avresti potuto imparare alla scuola superiore
  • un mondo in cui sia possibile insegnare e imparare di più e non di meno, nonostante le lauree triennali e i programmi alleggeriti
  • un mondo in cui chi fa ricerca abbia le risorse per farla e non un mondo in cui il Centro Sclerosi Multipla (per esempio) si finanzi soprattutto con le donazioni dei defunti
  • un mondo in cui il docente universitario importante sia presente e sia consapevole del fatto che la sua attività e quella dei suoi studenti hanno lo stesso scopo e cioè migliorare il mondo, per retorico che possa sembrare
  • un mondo in cui tu che leggi, se desideri andare all’università, abbia la possibilità economica di frequentarla e, qualunque facoltà abbia scelto, tu abbia una prospettiva di lavoro.
     

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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