Musulmani 2G

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La periferia di una città del nord è lo sfondo di un bel lavoro teatrale dal titolo buffamente esotico: Synagocyty. L’atto unico (autori Gabriele Vacis e Aran Kian)  è il  racconto grottesco e arruffato dell’integrazione non riuscita, ma nemmeno fallita, di un cittadino italiano afflitto da una differenza che lo ha assediato fin da ragazzino: la sua pelle, che non ha preso dalla madre romana, ha infatti il colore olivastro del padre, immigrato iraniano. A scuola, la maestra lo chiamava Gheddafi e i compagni più grandicelli lo deridevano. Sguardi di sospetto da parte degli sconosciuti e dileggio da parte degli amici, qualche attenzione distratta delle ragazze e poi “ciao”. In bilico fra depressione, rassegnazione e ribellione soffocata, straniero in patria, il giovane musulmano di seconda generazione ha reagito, ha studiato e si è impegnato. Ma non ha mai spiccato il volo. Per il riscatto, gli resterà la speranza del figlio in arrivo, un piccolo italiano di terza generazione. Poi si vedrà. Lo spettacolo, interpretato dallo stesso Aram Kian, ricorda divertendo e commovendo che soprusi e discriminazione sono duri a morire.

Intorno a questo tema dei figli degli immigrati seguaci di Allah, si è tenuto un convegno a Torino, al Circolo dei Lettori: Musulmani 2G – diritti e doveri di cittadinanza dei giovani musulmani di seconda generazione. L’interesse più vivo l’hanno suscitato le testimonianze dirette dei giovani figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia che, fra molti problemi di carattere sociale e culturale, vivono fra difficoltà sia la trasformazione della società italiana segnata dall’immigrazione, sia il travaglio di un passaggio definitivo verso il riconoscimento di una cittadinanza che definisca la loro identità. La loro speranza, alimentata da tempo, è di potere dire “La mia patria è la costituzione”. Solo così possono rivendicare una tutela costituzionale che oggi manca.
In Italia non abbiamo elaborato un progetto di integrazione culturale, come in Olanda e in Francia: siamo stati incapaci di capire un fenomeno sociale, che continua ad essere visto solo nella prospettiva dell’ordine pubblico e del lavoro. Secondo l’Associazione dei Giovani Musulmani d’Italia (G.M.I.), la religione non è una barriera.

L’Italia è un Paese che amano ma in cui sono stranieri senza sentirsi tali. Come evitare che si sentano sospesi fra il mondo di origine e quello di adozione?

«Cari politici – raccomandano i relatori italiani – dovreste avere più interesse a risolvere i conflitti che a sollevarli. Il cambiamento sociale deve avvenire in breve termine, perché in lungo termine saremo tutti morti». Yassine Lafram. È nato a Casablanca 24 anni fa. Tredicenne si è trasferito con la famiglia in Italia. Ha conseguito un diploma in economia aziendale e si è laureato in Lettere e Filosofia. Ha promosso molte realtà associative che si occupano dei figli degli immigrati. È membro del Direttivo Nazionale dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia.

«Nessun discorso accademico – esordisce – parlerò solo di vita quotidiana e dei problemi che si presentano ai giovani musulmani in Italia. Sono giovani e vivono gli stessi disagi sociali dei loro coetanei italiani. Ma con l’aggiunta di problemi di identità conflittuali dovuti a un bagaglio religioso e culturale diverso. Arabi musulmani ed europei, fra cuscus e polenta, vivono conflitti intergenerazionali. Non sanno bene dove collocarsi. Hanno una marcia in più, ma la comunità richiede una vicinanza alle origini e il Paese di adozione un distacco. “Presenti tratti di italianità?”, ti chiede il funzionario che ti esamina per un permesso di soggiorno. Se a questa domanda vaga rispondi “Finora abbiamo parlato in italiano”, il carabiniere si offende per una presunta insolenza». All’università di Bologna, dove era andato per una convocazione, l’addetta alla portineria gli ha detto: “Se mi lascia un nome in italiano, la contattiamo”. Ancora a Bologna, dov’era andato per un esame, gli presentano una ragazza “Di dove sei?” chiede lei “Di Torino. Ma l’origine è marocchina”. “Ma come parli bene l’italiano!” “Anche tu, però” è la meritata risposta. “Vuoi studiare? gli dicono. “Però devi essere bravo, se non ti rimandiamo a casa”. «Intanto, si sopravvive con permessi di soggiorno ristretti. Dieci mesi di attesa per ottenerli e sette di validità».

All’interno della comunità di immigrati ci sono senegalesi, indonesiani, magrebini: sono musulmani diversi. Manca però un’élite preparata. Chi ha un certo livello sociale ed economico non si occupa di un centro. «Noi dovremmo fare da ponte» aggiunge Yassine. «Ma non c’è equilibrio fra le due sponde. Le famiglie di questi coetanei tengono i figli lontani dall’associazione. C’è paura e sospetto, timore di finire sui giornali in prima fila e di non presentare all’occorrenza “tratti di italianità”. Oppure rassegnarsi e fare come in Inghilterra, dove l’unica ambizione possibile è di diventare un capo nella propria comunità».

«Nel 1998, quando mio padre mi portò a scuola raccomandò: “Dì sempre buongiorno, dì sempre grazie e non mangiar maiale”. Poi mi ha mollato. Ero carico di una responsabilità assegnata precocemente e senza un punto di riferimento. Proveniamo da un ambiente disagiato, facciamo fatica a intrecciare discorsi e chiedere moschea, cimiteri, con  un discorso più allargato per la nostra comunità. Va bene la collocazione islamica, ma il discorso deve essere più ampio. Ottenuta la cittadinanza, che fai, chiudi? fornita sulla realtà autoctona».

Kalid Chaouki, 26 anni, sposato da poco e con un bimbo piccolo, si è staccato dall’Associazione, pur mantenendo i buoni rapporti e condividendone le proposte. «Ho sentito la necessità di andar via. Rischiavo di essere visto come un’erba  isolata. Va bene mantenere integra la propria identità, ma poi il rischio è che ci si abitui a questo modo di confrontarsi con la società e si perda la possibilità di farne parte viva e reale. La propria socialità va vissuta anche al di fuori, senza accomodarsi troppo su questo autoriferimento. Si rischia di accumulare una serie di discriminazioni e di condizionamenti. Per esprimermi sono entrato in un partito, ho iniziato una nuova fase a livello nazionale con la carica di responsabile immigrazione. Ho capito che bisogna incidere fuori portando la propria storia a livello politico. Senza quello, soprattutto in Italia, non si riesce a cambiare. Anche le nostre comunità hanno bisogno di un punto di riferimento che faccia da ponte, porti un linguaggio giusto, equilibrato e realistico. Ma è tempo di investire di più sull’individualità, fare emergere figure in grado di lottare autorevolmente, bisogna studiare per ottenere spazi, non sulla fede religiosa, ma sulle proprie competenze».

C’è un discorso di fondo e valori di cui si deve tenere conto: universalità dei diritti, laicità, costituzionalità. Le maggioranze non hanno diritto di decidere sulle minoranze. Questi sono i fondamenti del vivere civile. E poi la scuola. A scuola si insegnino scienze religiose.
Arriva la volta di Fatima Zagara Habibeddine. Porta il velo, dettaglio che in questo convegno è finalmente considerato trascurabile, ha bellissimi occhi che tiene bassi, ma che dardeggiano quando punta lo sguardo. «Qualcosa per l’integrazione è stato fatto, dice. Ma non basta. Scuola, sanità, cittadinanza sono carenti. Chi nasce e fa un percorso di studi deve vivere una precarietà permanente. Bisogna puntare con più energia su questo punto, che significa costruzione comune di un percorso. Le seconde generazioni, sostiene Fatima, non si sono integrate e ora siamo qui a dire le stesse cose. All’interno delle comunità c’è sfiducia e poco entusiasmo. Le difficoltà si parano tutti i giorni. A donne e uomini spesso mortificati va data l’opportunità di vivere da cittadini italiani. Bisogna eliminare ignoranza, pregiudizi, fanatismo e soprattutto non confondere immigrazione con integralismo. È meglio staccarsi dal dibattito politico attuale, ma il tema andrà affrontato. Bisogna trovare spazi e tempi giusti. La nazionalità non è una questione di anni, ma di jus solis».

Fatima ha una personalità spiccata, e con energia sostiene che comunità diverse possono vivere in armonia nello stesso territorio. Ma per questo occorre un’educazione allo stare insieme, sia di chi viene, sia di chi accoglie. Senza una preparazione si generano conflitti e discriminazioni. Nell’Associazione la giovane donna si occupa di comunicazione e di direzione dei corsi di formazione. Parla un italiano perfetto. A Londra, dove risiede, si è iscritta ad un master sull’economia nella European School of Managemebnt. «Il clima di tensione va spento, ma poco si è fatto per toglierne i motivi, sottolinea. Nella pratica si alimenta la frustrazione. La discriminazioni per l’accesso al lavoro, alla casa sopravvivono. Ci impegniamo a difendere i valori tradizionali, ma si deve far sì che non si verifichino più gli episodi a cui si è assistito, fatti gravissimi e comunque isolati, che non hanno fondamenti nell’Islam. La società è più avanti della politica, che frena perché occuparsi di integrazione non genera consensi.» A questi giovani, che hanno energia e freschezza di idee, sono stati indirizzati applausi e incoraggiamenti. «Il mondo è pieno di ponti, è stato detto in chiusura. Basta avere la volontà di percorrerli».

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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