Nascita e morte del rock

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Nacque in una afosa notte di luglio del 1954, nel Tennessee, dall’improvvisa esuberanza alla chitarra, quasi un gioco di accordi per l’esordiente Elvis Presley: il rock, da quel momento, è cresciuto a tappe ed è rimasto, seppur come substrato, in tutta la musica, fino ad oggi. Ma torniamo ad Elvis: cosa aveva fatto di straordinario? Nulla, se non accelerare il ritmo di una ballata ascoltata alla radio. Il rock nasce così, dalla semplicità di un’alterazione, dall’incrocio fondamentale del sound “nero e bianco”. Elvis, bianco ma povero, frequentava indistintamente i quartieri di entrambi i colori, e la sua musica fu il frutto di questo connubio, la base del nascente rock.

Nel decennio successivo, le band anglosassoni si impongono sulla scena. I Beatles fondono l’ancora “rock and roll” di Presley a ritmi più dolci, scrivono testi semplici, quasi canzonette per adolescenti, ma questo basta per decretare il successo. Nasce il pop, o popular music, evento tanto fortunato nel panorama giovanile, quanto redditizio per le case discografiche. Pochi anni dopo, sempre all’inizio dei Sessanta, si formano i Rolling Stones. I pezzi degli Stones erano vicini all’idea di rock che abbiamo oggi: chitarra predominante, batteria immancabile, voce profonda e aggressiva. Le tematiche mutano ancora: I can get no satisfaction è una pietra miliare del rock, negli anni della protesta giovanile che non trovava la menzionata satisfaction. La new generation dice basta alla musica pacata, lenta e convenzionale: vogliono il rock, vogliono liberarsi. Liberazione da tutti i tabù, dalla droga alla sessualità, dagli schemi della morale e della religione.

La morte del rock si è avviata proprio in quel momento. Quando, con lenta ma graduale crescita, tutti smisero di suonare per il rock, ma solo nel tentativo di liberarsi da qualcosa, o di arricchirsi, come fecero i Beatles. Il minimo del risultato con il massimo del guadagno, senza tenere in conto che quella creatura appena nata, la musica rock, aveva bisogno di quelle tanto contestate regole per non crescere storpia.
Attualmente, il rock è definitivamente morto. La capacità di produrre suoni con una chitarra elettrica, di mescolare basso e batteria, di procedere lentamente verso il successo passando per la beneamata gavetta, si è estinta nel “genere” house, nel pop coreografato di Madonna, nel punk adolescenziale di Avril Lavigne, nell’insulto al rock dei Fall Out Boy. Secondo me, è peggiore l’immagine che offrono loro, che non quella, benché riempita di sozzerie, delle rock band del passato: insomma, siamo caduti nel relativismo di tutti i valori! Almeno nei decenni passati il rock cercava quel quid mancante; adesso invece non esiste un minimo interesse a comunicare qualcosa. Solo vendere e apparire in tv. Non è forse così?

Non siamo arrivati al peggio da un giorno all’altro: c’è stato Bob Dylan, un profeta del rock, un innovatore, il primo coraggioso che fonde il puritano stile folk  con qualcosa di apparentemente “sporco” come il rock. Ci siamo esaltati con gli AC/DC. Hendrix che divinizzava la chitarra. Jimmy Page, “indiscutibilmente uno dei più influenti, importanti e versatili chitarristi e compositori della storia del rock” e i suoi Led Zeppelin. I fratelli Van Halen, che hanno sì aggiunto il sintetizzatore, ma hanno dato comunque spettacolo con strumenti, voce e scenografie. E le altre band cardine degli anni d’oro del rock, dai  Def Leppard agli Scorpions, dai Doors ai Supertramp, le Twisted Sisters, Bruce Springsteen, Tom Petty? E quanti se ne potrebbero ancora aggiungere! Ma sono ricordi.

Che fine ha fatto il rock? Qualcuno può resuscitarlo nella sua essenza, o sono finiti gli accordi e la buona volontà di chi ci crede ancora?

 

Cogitoetvolo