Nata per caso

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Gravidanza causata da uno stupro: aborto, sì o no? Dalla risposta a questa domanda potrebbe dipendere la vita di una persona…

Si tratta della commovente storia di Rebecca Kiessling che, da quando ha scoperto di essere nata per una violenza e di aver scampato l’aborto per un pelo, è diventata un’attivista pro-life.
La madre fu vittima di uno stupro e avrebbe voluto abortire clandestinamente, poi però, preoccupata dei seri rischi che l’illegalità comportava, decide di non abortire: partorisce Rebecca, una splendida bambina, ma è il frutto di un ricordo da incubo e non ha i mezzi, forse – con i suoi sorrisi inconsapevoli, la sua innocenza, i suoi baci puri – per cancellare il passato.

Questa bambina oggi aiuta dando un volto, una voce e una storia a questa questione: «Sono stata adottata quasi dalla nascita. A 18 anni, ho compreso di essere stata concepita in seguito ad un brutale stupro con la minaccia di un coltello da uno stupratore incallito. Come la maggior parte delle persone, io non avevo mai considerato che l’aborto potesse essere applicato alla mia vita, ma una volta inquadrata la mia situazione, tutto d’un tratto mi sono resa conto che la questione dell’aborto, non solo si sarebbe potuta applicare alla mia vita, ma ha a che fare con tutta la mia esistenza. Era come se potessi sentire l’eco di tutti coloro che, con il più simpatico di toni, dicono, “Beh, tranne nei casi di stupro. . .”, o che, peggio ancora, esclamano: “… particolarmente nei casi di stupro!”. Tutte queste persone erano là fuori senza neanche conoscermi, ma erano li in piedi ad emettere una rapida e definitiva sentenza sulla mia vita, e tutto ciò solo per il modo con cui la mia vita è stata concepita. Mi sentivo come qualcuno che avesse dovuto giustificarsi per il fatto di esistere, come se avessi dovuto dimostrare al mondo che la mia vita non avrebbe dovuto essere interrotta e che è stata degna di essere vissuta. Ricordo anche di essermi sentita rifiutata come immondizia, perché vi erano persone che paragonavano la mia vita all’ immondizia – Questa era la mia situazione. Vi prego di comprendere che ogni volta che vi identificate come “pro-scelta” (abortisti), oppure ogni volta che fate eccezione per i casi di stupro, e come se veniste davanti a me, guardandomi negli occhi, per dirmi, “Credo che tua madre avrebbe dovuto abortirti”. È veramente una cosa molto forte. Io non direi mai una cosa simile a qualcuno. Mai direi a qualcuno, “Siccome rivoglio la mia vita com’era prima, allora devi morire subito.” Ma questa è la realtà con cui convivo».

Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla e vendicarci su qualcuno o chinarci a servirla?

Credo che questa sia una vera testimonianza, quello di cui c’è bisogno oggi, testimonianze, non modelli!

Laureato in scienze della comunicazione e si occupa di comunicazione e relazione con i media in vari campi: scrive su Chiesa, giovani, cultura e società. E' formatore al centro Elis, di ragazzi delle scuole superiori. Ama molto stare con i giovani ed è molto appassionato del mondo degli adolescenti.

  • Contessa Adelasia

    “Vi prego di comprendere che (…) ogni volta che fate eccezione per i casi di stupro, è come se veniste davanti a me, guardandomi negli occhi, per dirmi, “Credo che tua madre avrebbe dovuto abortirti”.”  
    Una storia vera, concreta, come questa, sa far capire molte cose, meglio di tante parole e discorsi “teorici”.

    Da notare in questa storia anche il fatto che, se Rebecca è viva, sicuramente un ruolo decisivo l’ha avuto il deterrente dell’illegalità dell’aborto:
     “Anche se mia madre naturale è stata felice di conoscermi, mi ha detto di essere andata due volte  in cliniche dove si facevano aborti clandestini  e sono stata quasi abortita. Dopo la violenza infatti la polizia la inviò da un consulente che praticamente le disse che l’aborto era la cosa giusta da fare. Disse che allora in quella parte era illegale e si trattava soltanto del retro facciata per i centri di gravidanza in crisi, ma mia madre lo rassicurò che sarebbe andata a vedere questo centro almeno per un consiglio. Il consulente per la violenza è colui che media l’approccio con la clinica abortista. Per prima cosa le disse che era la condizione tipica per poter abortire, la sua, anche se era illegale..ma il vedere la sporcizia e il sangue sul pavimento insieme alla parola illegale, la fecero ritrarre, come accadde per molte altre donne.Quindi ottenne un collegamento con un abortista più costoso. Questa volta doveva incontrare qualcuno di notte, all’Istituto D’arte di Detroit.Lì qualcuno l’avrebbe avvicinata pronunciando il suo nome, l’avrebbe bendata, caricata in macchina fatto abortire me, di nuovo bendata e riportata indietro. E sapete cosa considero davvero patetico? Che so per certo che ci sono una buona quantità di persone lì fuori che sentendomi descrivere queste condizioni avrebbero risposto con biasimo e pietà, scuotendo la testa “è così triste che tua madre sia dovuta passare per tutte queste cose per poter abortire”..
     
    Io mi rendo conto pienamente che loro pensano di essere molto compassionevoli ma.. santo cielo questa è compassione???!!”