Negli occhi di Christine

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Messico e nuvole. Per il mai dimenticato Enzo Jannacci era questa “la faccia triste dell’America”. Messico e nuvole, ma anche la prepotenza di chi crede di poter dispensare la morte a chi è colpevole (e a volte anche a chi è innocente), la superbia di chi esporta la democrazia a suon di cannonate, l’intollerabile violenza di quei poliziotti che il 4 febbraio del 1999, a New York, spararono quarantuno colpi di pistola contro Amadou Bailo Diallo, studente liberiano di 24 anni totalmente disarmato. Per fortuna, però, l’America non è solo questo: è libertà d’espressione, ironia e tutela delle diversità. L’America ha anche una faccia felice.

Non sono di certo un grande cultore dell’imperitura arte dello zapping, ma l’insonnia delle notti invernali mi ha permesso di imbattermi in una delle repliche del noto talent culinario “Masterchef”, nella versione statunitense, in cui Joe Bastianich, Gordon Ramsay e Graham Elliot riempiono di insulti (e di preziosi consigli) gli abilissimi partecipanti, tutti rigorosamente Yankee. Se questo termine, un tempo, era riferito specialmente agli americani del North-East, oggi tutti gli americani vengono definiti tali dagli stranieri, e proprio l’occhio di uno straniero può cogliere aspetti che forse un newyorkese ormai ignora. Mi bastano pochi minuti per accorgermi della immensa diversità etnica degli Yankee: noto diversi messicani, un italoamericano, una manciata di asiatici e un afroamericano (il giovane giocatore di basket, tale Josh Marks, purtroppo -scopro dopo- suicidatosi in un vicolo di Chicago a soli 27 anni, causa disturbo della personalità). Ecco la prima cosa che mi colpisce dell’America: non esistono gli “americani”, o meglio, tutti sono americani allo stesso modo. Certo, non sono ancora finiti i tempi del Ku Klux Klan, né i sogni del presidente Kennedy, di Martin Luther King o di Malcolm X (personaggi decisamente diversi tra loro, ma accomunati da grandiosi progetti di pace e/o libertà) possono dirsi oggi davvero realizzati, ma ciò non mi impedisce di guardare quei simpatici concorrenti e di leggere nei loro occhi la fierezza di essere diversi, di essere americani.

Ed è allora che mi accorgo di una giovane donna, Christine Ha, 34 anni, origini vietnamite, residente a Houston (ho studiato, che vi sembra?), disinvolta e sorridente, una vera artista della cucina. Vincerà lei, mi dico, ha una delicatezza nei movimenti e nelle creazioni dei piatti che forse gli altri non hanno. Poi noto qualcosa… una donna accanto a lei le porge gli ingredienti dopo un brevissimo dialogo. Ehi, non è una concorrente… che ci fa lì? E perché mai Christine tiene un bastone vicino alla sua postazione? Ecco che mi accingo a scoprire ancora più a fondo l’America: un Paese in cui una persona completamente cieca gareggia con centinaia di persone (se consideriamo le preselezioni) in un talent show particolarmente arduo, facendo valere il suo olfatto e la sua sensibilità, ma anche usando le mani e creando piccoli capolavori che non potrà mai vedere, solo toccare; un Paese in cui una Yankee con gli occhi a mandorla, afflitta da una patologia che l’ha portata a perdere completamente la vista nel 2007, sbaraglia gli avversari, vince la terza edizione di Masterchef, senza aiutini ma solamente con la sua bravura, insegnando al mondo che si può essere americani senza essere discendenti di George Washinghton. Che si può osservare il mondo anche senza vederlo. Che per inventare il mondo basta sentirlo, toccarlo, annusarlo. Viverlo.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.