Nek: riparto da qui

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Voltarsi indietro e accorgersi, a 38 anni, di averne compiuti solo 18. A diventare maggiorenne è la carriera di Nek, all’anagrafe Filippo Neviani, che proprio nel 1992 provava a entrare ufficialmente nel mondo della musica con il suo primo album, intitolato semplicemente Nek.

Un esordio un po’ timido ma che già mostrava quelle qualità che l’artista emiliano, nato a Sassuolo, avrebbe sviluppato in seguito guadagnandosi un ampio successo, in Italia e all’estero. Un percorso dorato, raccontato nell’antologia E da qui – Greatest Hits 1992-2010, uscita appunto alla fine dell’anno scorso, che mette in fila tutti i suoi hit sgranati in dieci album che hanno venduto in totale oltre 8 milioni di copie.

Punto di svolta della sua avventura è il Festival di Sanremo del 1997, dove Nek presenta Laura non c’è, che diventa un “tormentone” non solo nel nostro Paese, ma anche in tante nazioni europee e sudamericane. La canzone trascina al grande successo anche l’ottimo album Lei, gli amici e tutto il resto, dove l’artista disegna quel pop-rock dal gusto italiano che diventerà il suo “marchio di fabbrica”.

Da allora, Nek ha preso la corsia della popolarità sull’autostrada delle sette note per non lasciarla più, come ben testimonia la recente antologia. Un doppio cd che però contiene alcune chicche: tre brani inediti, uno dei quali, È con te, dedicato alla figlia Beatrice nata da poco, e quattro canzoni registrate dal vivo la scorsa estate con il Quartet Experience. Una formazione, questa, che vedeva sul palco Nek, accompagnato da soli tre musicisti, riproporre con arrangiamenti più stringati il suo repertorio. Un progetto diverso dal solito, che fa capire come l’artista sia sempre alla ricerca di nuovi stimoli per alimentare la sua musica. Il modo migliore per spiegare i suoi primi 18 anni di successi.

Cosa ti ha spinto a pubblicare oggi un’antologia?
La prima volta che sono salito sopra un palco per farmi notare a livello professionale è stato vent’anni fa, all’allora Festival di Castrocaro per voci nuove. La mia storia è incominciata con quella manifestazione, che mi hai poi portato nel 1992 al mio debutto su album. Mi è sembrato un bel modo per festeggiare quella data e ripercorrere, con una certa soddisfazione, una carriera intensa come la mia, che non tutti possono dire di avere.

C’è qualche episodio che ricordi con più piacere di altri?
Sono tanti, troppi da raccontare. Penso alle collaborazioni illustri che ho avuto la fortuna di fare con Laura Pausini e Craig David, alla soddisfazione di avere nel 2006 per 16 settimane in cima alle chart radiofoniche spagnole un mio disco; ma anche il riconoscimento ottenuto con il “Premio Lunezia” per il testo di Nella stanza 26 sul tema della schiavitù e della prostituzione delle donne.

La tua carriera è proprio cambiata con Laura non c’è?
Senza dubbio. È stata l’unica vera tappa fondamentale del mio cammino. Pur non avendo vinto quel Sanremo, il brano mi ha lanciato come un razzo addirittura a livello internazionale. Il mondo, da un giorno all’altro, si è accorto di me e non mi sono più fermato.

Come ricordi il primo Nek?
Era un ragazzo un po’ timido, che quando ha messo piede per la prima volta in un vero studio di registrazione si è sentito persino impaurito, mentre oggi è la mia seconda casa. Ora, ovviamente, sono una persona diversa, che riesce ad esprimersi con sicurezza: in passato, mi preoccupavo di cosa potesse pensare il pubblico delle mie canzoni.

È cambiato anche il modo di usufruire della musica: mp3, iPhone, pc… Cosa ne pensi?
È chiaro che un musicista vorrebbe sempre che le sue canzoni fossero ascoltate con un impianto sonoro di qualità, visto quanta cura ci mette nel ricercare suoni e arrangiamenti, ma la realtà è questa. D’altra parte, è cambiato anche il modo di incidere: in sala cerco di sfruttare gli aspetti positivi che la tecnologia mi offre per incidere una canzone. L’importante, in fondo, è che un brano trasmetta sempre un’emozione.

Hai lanciato l’antologia con il brano inedito E da qui, dove sottolinei quanto sono importanti i semplici gesti quotidiani. Ma non ti pare siano diventati merce rara?
Chi non sa più vedere le piccole cose della vita è perché non le vuole vedere. Sono le azioni semplici che facciamo nel quotidiano a rendere grande l’esistenza, quelle a cui aggrapparci per superare i momenti tristi che inevitabilmente incontriamo sulla nostra strada.

Hai messo al mondo una bambina, a cui dedichi nel cd la canzone È con te. Cosa è cambiato nella tua vita?
Tutto, completamente. Ora affronto il mondo in funzione di mia figlia, vedo tutto in modo più luminoso e intenso, e mi dà una grande forza. Il pensiero vola al futuro, quando lei sarà più grande e incomincerà a ritagliarsi la sua indipendenza. E so che avrò l’esperienza giusta per poterla consigliare bene. Intanto mi mantiene vivo e sveglio: questo è rock ’n’ roll.

È anche un atto di grande responsabilità e impegno, osservando come va oggi la società.
Il mondo può essere tanto altro. Per questo far nascere una vita è un gesto di forte ottimismo nonostante i grossi problemi che ci sono nel mondo. Se tutti pensiamo in modo positivo e troviamo l’entusiasmo per fare dei figli, la speranza in un pianeta migliore non tramonterà mai.

Nell’antologia trova posto anche Se non ami, uno dei tuoi pezzi più significativi anche se non di primo piano.
Non potevo non inserirlo perché è uno dei brani di cui vado più fiero. È una libera traduzione da un componimento di San Paolo, L’inno alla carità. Sono un buon lettore e due anni fa mi sono imbattuto in questo componimento che mi ha fulminato. Dice che l’uomo può anche spostare una montagna, ma è nulla senza amore. L’amore ci trasforma e ci completa. Un messaggio straordinario, scritto oltre tutto quando san Paolo era in prigione.

Altra sorpresa dell’antologia, è la parte live dedicata al The Quartet Experience. Come nasce questa formazione?
L’ho messa in piedi la scorsa estate, ma in realtà ha un’origine “antica”, nel senso che rimanda ai miei esordi quando, sconosciuto, suonavo in una band. Ho sempre avuto in testa questa idea e ora sono riuscito a realizzarla. Sul palco ci sono io, alla voce e al basso, due chitarristi e un batterista, una formazione che si ispira al grande Jimi Hendrix, un maestro per me, e al suo gruppo, appunto Experience. In questo modo, i brani assumono una fisionomia più diretta e rockeggiante.

Un’antologia, di solito, chiude una fase per aprirne un’altra. Dove stai guardando?
Ho intenzione di proseguire i concerti con The Quartet Experience per quanto riguarda l’attività live. Invece, e lo anticipo solo a te, credo che per il prossimo album lavorerò da solo, suonando tutti gli strumenti.
 

Cogitoetvolo