Nel braccio della morte

3

Se si digita “pena di morte” su Google il primo link rimanda a un sito che ne promuove l’abolizione. Molte altre voci della prima pagina sono dedicate a campagne per la moratoria. Dichiararsi contrari alla pena capitale è una posizione abbastanza condivisa, almeno in Italia. Discutere per massimi sistemi, però, è ben diverso dal dare voce ai testimoni. In quel caso, è la vita stessa a parlare. Randy Steidl, americano dell’Illinois, ha trascorso 12 anni nel braccio della morte, condannato per un delitto che non aveva commesso. Nel 1986 è stato coinvolto nelle indagini sul duplice omicidio di una giovane coppia. Non conosceva le vittime ma è stato interrogato, come molti altri del suo paese, e ha fornito un alibi per la notte dell’omicidio. Nonostante questo, è stato arrestato, processato e condannato a morte nel giro di 90 giorni. Il processo è durato 7 giorni e a inchiodarlo sono state false testimonianze, confezionate ad hoc da poliziotti corrotti. Nel 1999, la condanna è stata commutata in ergastolo. Una nuova indagine di Polizia ha messo in luce che Randy era stato incastrato perché il vero responsabile dell’omicidio era un grosso finanziatore dello Stato dell’Illinois e nel 2004 è stato definitivamente assolto. Lo abbiamo incontrato a fine novembre a Latina, dove ha portato la propria testimonianza a Cities for life, l’iniziativa annuale della Comunità di Sant’Egidio contro la pena di morte.

Quanti anni avevi quando sei stato arrestato?
Quasi 35. E quando mi hanno scarcerato ne avevo quasi 54. Sono stato in prigione 17 anni, 3 mesi e 3 giorni. 12 di questi li ho trascorsi nel braccio della morte.

Che persona eri?
Un gran lavoratore. Vivevo in una piccola città e facevo anche il chierichetto in chiesa. Non ero stato in prigione né avevo mai usato armi in vita mia. Insomma, la mia non era la storia di un criminale. Avevo un figlio di 9 anni di cui avevo la custodia e una figlia di 14 ma ero single. Mi sono sposato due anni prima di essere liberato.

Ah sì?!
Con mia moglie ci conoscevamo già prima che entrassi in carcere ma abbiamo iniziato a scriverci quando io ero in prigione. Lei veniva a trovarmi e alla fine ci siamo sposati.

Com’è la vita nel braccio della morte?
La colazione arriva alle 4 del mattino, la passano attraverso le sbarre e se non ti svegli per prenderla la portano via. E comunque il cibo è sempre freddo. Hai un’ora al giorno per lavarti, fare un po’ d’esercizio e poi torni in cella. Non vedi la luce. È freddo d’inverno e caldo d’estate. Ci sono solo ferro, cemento e scarafaggi.

Cos’hai pensato quando ti hanno arrestato?
Ero arrabbiato, infuriato, frustrato, nervoso. Ho avuto anche momenti di pazzia e un senso di solitudine di fronte a tutti i colpevoli. Tu sei lì e a un certo punto devi sentirti per forza colpevole. Tutti nel braccio della morte dicono di essere innocenti: nessuno ti dà retta.

Hai mai perso la speranza?
Non completamente. Nei momenti più brutti, però, chiedevo a Dio di morire durante la notte: per togliere il peso che avevo dentro di me e liberare anche i miei parenti da quel macigno.

La morte sarebbe stata una liberazione. Ero più preoccupato di vivere che di morire, perché vivere in quelle condizioni mi faceva diventare pazzo.

[Usa la parola released, la stessa che utilizza a proposito della sua uscita di prigione: alla lettera significa “rilasciato”. In questo caso, però la “liberazione” è associata alla morte].

Quanto è stata importante per te la fede in quella situazione?
Ero arrabbiato con Dio. Non tanto per me, ma per i miei figli che non meritavano tutto ciò e per mia madre che stava attraversando un inferno. Io sono stato educato al cattolicesimo e mi hanno insegnato a credere che la gente fa errori ogni giorno, anche piccoli, e va avanti. In prigione invece ho scoperto che non è così. Credevo di essere innocente ma, nonostante questo la data della mia esecuzione è stata fissata per ben due volte. La preghiera mi ha reso forte, giorno dopo giorno, e mi ha aiutato a sperare che sarei stato prosciolto. Ho portato questa condanna come una croce e l’ho posata il giorno in cui sono uscito.

Prima di finire in prigione eri favorevole o contrario alla pena di morte?
Credevo nella pena di morte. Quando sono stato arrestato pensavo che fosse una punizione giusta per chi commette violenze contro i bambini o le donne. Ma oggi non ci credo più. Penso che dopo 12 anni nel braccio della morte, quando esci e sei ancora vivo le cose cambiano. Si libera un innocente dal carcere ma non dalla tomba.

Hai avuto amici di penna in quel periodo?
Sì, molti! Soprattutto donne, dall’Inghilterra e da altri Paesi europei. È stato un conforto poter comunicare con persone contrarie alla pena di morte.

E hai tenuto un diario?
No, ero troppo impegnato a studiare le carte del mio caso, per cercare di venirne a capo.

Chi ti è stato più vicino?
La mia famiglia, sicuramente. Poi, ho avuto avvocati molto scrupolosi che hanno lavorato gratis, un ufficiale di Polizia onesto che si è fatto avanti, studenti di giornalismo che hanno rinvestigato sul mio caso, associazioni contro la pena di morte. Insomma, gente comune e fuori dal sistema. Anche il notiziario 48hours ha raccontato la mia storia in tv, cercando di proporre un’ipotesi diversa su di me.

17 anni in carcere in un’immagine.
È come una prigione nella prigione. Ci sono sbarre dentro di te, sbarre fuori di te, sbarre alle finestre.

Hai avuto amici in prigione?
Il carcere è un luogo molto violento, in cui non riesci a farti degli amici. Hai conoscenti. Devi guardarti le spalle, scegliere accuratamente con chi parlare, cosa dire e come dirlo, perché qualunque cosa può essere presa come una mancanza di rispetto. Anche uno sguardo può metterti nei guai. Dovendo andare avanti ogni giorno, il tuo comportamento è importante. Detto questo, c’erano altri 19 innocenti nel braccio della morte con me. Alcuni di loro, che poi sono stati assolti, li ho rincontrati durante eventi contro la pena di morte.

Cosa hai imparato in quei 17 anni?
In carcere, impari a conoscere te stesso molto bene. Ogni giorno scopri qualcosa di nuovo su di te, con la speranza di non perdere mai il senno: era questa la mia paura più grande, forse l’unica paura.

Com’è cambiato il tuo carattere?
All’inizio ero giovane, arrabbiato. Ho imparato a non essere molto emotivo, a non arrabbiarmi, a essere più paziente.

Oggi com’è la tua vita?
Sono disoccupato. Nel 2004, quando sono uscito di prigione ho lavorato in un’industria tipografica come addetto alle macchine per la stampa. Quattro anni dopo, sono stato licenziato per via della crisi economica. Così, oggi la mia attività principale è portare la mia testimonianza nelle università, in istituti, associazioni.

Hai avuto risarcimenti?
Nessuno.

Gli Stati Uniti sono una democrazia, però praticano ancora la pena di morte. Come vedi il futuro?
Il problema negli Usa non sono le riforme ma la cultura di vendetta. Nell’Illinois abbiamo abolito la pena di morte a marzo 2011. Siamo stati davvero benedetti! E io ho avuto la fortuna di lavorare con i legislatori al progetto di legge e l’onore di testimoniare per l’approvazione del testo, in rappresentanza degli altri 19 giovani assolti nello Stato. Più in generale, però, siamo ancora nel selvaggio West e 34 Stati hanno ancora la pena capitale. La nostra strategia è promuovere la moratoria Stato per Stato. E, quando saranno rimasti solo in pochi a praticarla, speriamo che il governo centrale la renda incostituzionale così da abolirla.

C’è qualcosa di concreto che un ragazzo italiano può fare oggi contro la pena di morte?
Io penso si debba fare pressione sugli Stati americani e sugli altri Paesi che la praticano perché venga abolita. Perché la violenza porta violenza, l’aggressione porta aggressione. Roma, duemila anni fa praticava la pena di morte con i metodi più barbarici. Eppure l’ha abolita. Il Colosseo è stato il più grande simbolo delle esecuzioni nel mondo antico e oggi, invece, è simbolo di vita: una notte all’anno viene illuminato a giorno per dire “no” alla pena di morte. È importante che voi continuiate a dare questa testimonianza, per tutto il mondo.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

Cogitoetvolo
  • Cogitoetvolo

    prova notifica

  • Ausilia Napoli

    prova da google

  • Purtroppo negli Stati Uniti c’è tantissima cultura della violenza e, vedendo tanti film e documentari a riguardo (in primis il documentario “Bowling a Columbine” di Michael Moore) non posso che confermare l’intenzione di far pressione sugli Stati Uniti e sugli altri Paesi che praticano la pena di morte per pene più o meno gravi!! Essendo una “firmatara” di Amnesty International vengo a conoscenza di tante storie di persone condannate a morte con prove anche incerte (per esempio Troy Davis di cui non si aveva prove certe se fosse stato lui a uccidere o no il poliziotto, eppure è stato condannato a morte ugualmente) ed è proprio in presenza di questi dubbi e del rispetto di ogni vita umana che dirò sempre di no alla pena di morte!!!