Nella penna del giornalista il destino di un uomo

0

Come recita l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” Questo articolo tutela il diritto alla libertà di opinione e di espressione, ma anche il diritto all’informazione. È qui che entra in gioco l’importante ruolo rivestito dai giornalisti di tutto il mondo: garantire alle persone il diritto di essere informati. Questo vale per i giornalisti televisivi, delle testate giornalistiche e anche delle agenzie di stampa. Non per niente Associated Press, una delle agenzie di informazione più importanti al mondo, recita sul proprio sito nella sezione dedicata ai suoi valori e principi: “Per più di un secolo e mezzo, gli uomini e le donne di Associated Press hanno avuto il privilegio di portare la verità nel mondo. Si sono adoperati in ogni modo e hanno superato grandi ostacoli – e troppo spesso hanno dovuto commettere grandi e tremendi sacrifici – per assicurarsi che la notizia fosse trasmessa velocemente, accuratamente e onestamente.” È questo il ruolo che dovrebbe avere un giornalista: essere il mezzo per portare e diffondere onestamente la verità nel mondo.

Purtroppo spesso e volentieri alcuni articoli non sempre rispecchiano la realtà dei fatti oppure tendono a dare per scontata la colpevolezza di una persona accusata di un reato. Eppure secondo la Carta dei doveri del giornalista,si dovrebbe tenere conto della presunzione d’innocenza prevista dal Codice di procedura penale e ricordare nei propri articoli che l’indagato o l’imputato è presunto innocente fino a condanna definitiva.
Il compito del giornalista è molto importante e quest’ultimo ha nelle sue mani un grande potere: sarà in grado di influenzare l’opinione pubblica.  Così, se deciderà di assegnare ad una persona l’etichetta di “colpevole”, sarà difficile che la gente associ un ruolo diverso a quella persona anche se dichiarata innocente in seguito ad un processo.

Questo 17 maggio è il 42° anniversario della morte del commissario Luigi Calabresi, assassinato a Milano nel 1972. Calabresi fu vittima per anni di una campagna di linciaggio mediatico che di sicuro favorì il clima di odio e violenza sfociato nel suo stesso assassinio. Dalla morte di Giuseppe Pinelli, avvenuta il 15 dicembre del 1969, fino al giorno del suo omicidio, il commissario fu accusato dalla stampa di essere l’assassino dell’anarchico. Ancora oggi, sebbene una sentenza del 1975 abbia già da tanti anni “scagionato” Calabresi dall’accusa di essere responsabile della morte di Pinelli, il suo nome è sempre legato a quello di quest’ultimo. Dal processo risultò che il commissario Calabresi non era neanche presente nella camera al momento della caduta che provocò la morte di Pinelli. Eppure per anni la stampa fu in grado di far passare il commissario per assassino inventando su di lui le storie più assurde: come il fatto che Pinelli fosse stato stordito da un colpo di karate di Calabresi, per poi essere gettato giù dalla finestra o che il commissario facesse parte della Cia. Accuse piuttosto fantasiose e tutte confutate con razionalità e intelligenza in libri come Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi, figlio di Luigi Calabresi, e Gli anni spezzati. Il commissario. Luigi Calabresi Medaglia d’oro di Luciano Garibaldi.
Dalla morte di Pinelli in poi sul commisario furono scritti violenti articoli in cui lo si chiamava “Commissario assassino” o “Commissario finestra”. Lotta Continua arrivò anche a pubblicare l’indirizzo di casa di Calabresi e questo favorì l’aumento delle lettere minatorie che affollavano la sua buca della posta. Sempre questo giornale pubblicò una vignetta di cattivo gusto che ritraeva Calabresi mentre insegnava al figlioletto come uccidere un anarchico decapitandolo con la ghigliottina. Il commissario aveva imbarazzo a passeggiare nelle vie di Milano: sui muri capeggiavano scritte ben poco lusinghiere nei suoi confronti, tanto che arrivò a dichiarare ad un amico mentre passeggiava col figlio di pochi anni: “Meno male che lui non sa ancora leggere…”. Questo di Calabresi è solo uno dei diversi esempi che si potrebbero fare riguardo campagne di linciaggio mediatico.

Faccio un appello a tutti i giornalisti e in generale agli uomini del mondo dell’informazione e della comunicazione: siate sempre onesti, trasparenti e prima di screditare l’immagine di una persona con pesanti accuse pensateci bene, raccogliete notizie e informazioni veritiere da più fonti affidabili e confrontatele tra loro. Ricordate che dalla vostra penna potrebbe dipendere il destino di un uomo.

Ho origini pugliesi, ma sono nata e cresciuta in Olanda. Mi sono laureata in Scienze della Mediazione Linguistica a Milano e conosco 6 lingue. Ho seguito un Master in Media Relations diventando addetto stampa. Sto completando la mia formazione studiando Marketing a Londra. Sono un’amante dell’arte e della scrittura, una sognatrice appassionata che guarda verso orizzonti lontani…