Nelle acque della Grande Guerra

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La memoria del primo conflitto mondiale passa attraverso le sponde dei fiumi, dal Piave all’Isonzo.

Mi tengo a quest’albero mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna

L’incipit della poesia I fiumi, che compare nella raccolta L’Allegria (1931), è una delle istantanee più significative della Grande Guerra. Uno spettacolo doloroso, una “mutilazione” di affetti nel languore della guerra, mentre il “circo” equestre lascia alla notte un silenzio di straordinaria bellezza. Memoria.

A scrivere in una dolina, cavità tipica della zona carsica, vicino al fiume Isonzo, è Giuseppe Ungaretti, giovane ventottenne, soldato semplice della 19ª fanteria.”Questo è l’Isonzo/e qui meglio/mi sono riconosciuto/una docile fibra/dell’universo”. Proprio in riva all’Isonzo sente che i fiumi (il Serchio, il Nilo, la Senna) sono la sua vita e comprende che quello stesso corso d’acqua, scenario di dodici battaglie durante la Prima Guerra Mondiale, continua a scorrere, apparentemente inerme, di fronte allo strazio della vita. E’ qui che va in scena anche la sua morte (simbolicamente parlando), dunque la rinascita, frutto di un lungo abbandono, di chi affida alle acque la propria storia personale (“l’Isonzo scorrendo/mi levigava/come un suo sasso”). Un momento che i critici definiscono “iniziazione” o “purificazione” e che stride fortemente con il termine “assurdità”. La guerra è assurda, penserà il poeta, e la poesia, in questo frastuono di morti, assurge ad unica salvezza.

Anche una canzone come la Canzone del Piave conosciuta anche come La leggenda del Piave, una delle più celebri canzoni patriottiche italiane, contribuì a ridare morale alle truppe italiane. Il generale Armando Diaz, infatti, inviò un telegramma all’autore (Giovanni Gaeta, con lo pseudonimo di E. A. Mario) nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso: «La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale!».

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l’esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera

[…]
S’udiva intanto dalle amate sponde,
sommesso e lieve il mormorìo dell’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.

Sono trascorsi cento anni da quel 24 maggio 1915 e i testi ispirati dalla natura continuano ad accompagnarci. L’Italia entrava in guerra, in trincea, e oggi come allora quei fiumi continuano il loro corso. Cosa resta del loro percorso? E delle battaglie e resistenze avvenute lungo quegli argini? Perché la memoria, perché ricordare gli scenari: i fiumi, le doline o le vallate?
Perché non si tratta solo di canzoni o di grandi poesie. E’ la vita. Ciascuno di noi, nei suoi tormenti e nei suoi amori, cerca una risposta, una spiegazione, il senso di quello che gli sta accadendo, e interroga la natura o i fiumi, come in questo caso, che forse capiscono, ascoltano, ne sanno di più. “Il mio supplizio/è quando/non mi credo/in armonia”, diceva Ungaretti, e in fondo, proprio lui, quell’armonia la stava cercando guardandosi intorno, provando a purificarsi in quelle acque. E’ palpabile, dunque, il dramma di un uomo “sporco” di guerra che sente la necessità di levarsi di dosso il sudiciume e il supplizio di cui essa è da sempre foriera.

L’acqua dei fiumi, intanto, continuerà a scorrere, accompagnerà le vicende degli uomini con un singhiozzo o con un’onda quieta, con impeto o rabbia funerea. Ma, dappertutto, troveremo le stesse acque di cento anni fa: acque attraversate da eserciti, acque in cui sono morti soldati, acque che hanno diviso famiglie e traghettato cadaveri. Qui sono passati nemici, ma soprattutto uomini. Ancora Ungaretti nell’apertura di Fratelli, incrociando una pattuglia nel buio della notte, scriveva: “Di che reggimento siete/fratelli?”.  Non distingueva più tra compagni e nemici, tutti vittime della stessa guerra, tutti in riva allo stesso fiume. E’ che le guerre finiscono, le acque, e la memoria, per fortuna no.

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!