Nell’istruzione germoglia il seme della libertà

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L’auto procede lenta nel traffico del mattino. È una giornata uggiosa, una leggera nebbia ammanta la strada con la sua coltre sonnolenta. I miei pensieri si accavallano in un incedere pigro, assecondando l’indolente atmosfera della città che si risveglia. Affondo la schiena nel sedile godendo di quella comodità imprevista : lo sciopero dei mezzi pubblici ha costretto papà a modificare l’abituale tragitto per potermi dare un passaggio fino a scuola. Intanto il giornale radiofonico apre le sue finestre sul mondo. Alzo il volume della radio. Il cronista sta ricordando i recenti fatti di guerra in Medio Oriente, un drammatico crescendo di atrocità e disumana follia. L’anno è appena iniziato, ma l’elenco, purtroppo, è già impietosamente lungo.

Un boato mi scuote. La radio trasmette un servizio sugli ultimi attentati dinamitardi dei Talebani. Poi la notizia: “Ragazzino pakistano di quattordici anni muore per fermare un kamikaze che voleva compiere una strage nella sua scuola”.

L’auto si ferma al semaforo. Si ferma anche il tempo, si annullano le distanze. La modesta cittadina nel distretto di Hangu, teatro della tragedia, diventa improvvisamente vicina, vicine le case, vicine le strade. Terribilmente vicino anche il piazzale di quella scuola.
Nelle orecchie il devastante fragore della deflagrazione, nelle narici l’odore acre di detriti ed esplosivo. Ascolto con morbosa attenzione le parole del giornalista. Si apre il sipario su una scena che di umano ha solo gli attori. Polvere, sangue, macerie, persone che urlano e scappano. Un brivido mi percorre la schiena.
Perché non sei fuggito anche tu, Aitzaz Hassan? Perché sei rimasto là, gli occhi fissi su chi, di lì a poco, ti avrebbe rubato la vita e il futuro?
Poi il silenzio. Sulla polvere, sulle macerie, sul giovane corpo straziato dal folle gesto di un fanatismo fratricida.
Ma quel silenzio è più assordante del fragore delle bombe. La sua eco rimbomba vigorosa, fende l’aria come lama tagliente.
Ti hanno chiamato “Cuor di leone Aitzaz, orgoglio del Pakistan”. Hanno detto di te che sei un eroe, uno shahid, martire coraggioso che ha fatto piangere la propria madre, ma ha evitato che altre decine di madri piangessero i loro figli.
Ma quando verrà il giorno in cui il mondo non avrà più bisogno di eroi bambini?
Aitzaz Hassan, Malala Yousafzai, Iqbal Masih. Voci coraggiose in un Paese in cui istruzione, libertà di parola e di pensiero non sono diritti acquisiti, ma estenuante terreno di lotta, dove si vuol fare dell’ignoranza un servile strumento di potere.
Il vostro esempio scuote le coscienze nell’altra parte del mondo in cui questi diritti sono normalità. Entra nelle aule dove spesso l’istruzione è un obbligo oneroso, non un’opportunità.
Le vostre voci non saranno zittite, né chiusi i vostri occhi. Il testimone passa a noi: saremo le vostre voci, i vostri occhi. Il nostro impegno nello studio rappresenterà il riscatto che meritate, i nostri successi scolastici saranno anche una vostra conquista. Investiremo le energie affinché il nostro percorso non conduca a una sterile somma di nozioni da ostentare in un compito in classe, ma alla costruzione di un pensiero critico che ci renda autonomi nel giudicare e capaci di sostenere ideali e opinioni.
Il futuro ci appartiene, non permetteremo che ce lo portino via.
Ci sarà sempre un nuovo Aitzaz, un’altra Malala, un ennesimo Iqbal. Perché l’istruzione non può essere negata; essa è la misura della civiltà di un Paese. Non una conoscenza che segna i confini sociali, ma un sapere che accresce nel mondo la proporzione del bene. La cultura rende liberi laddove il potere erige muri e prigioni, affranca chi è soggiogato da catene. Per questo non può essere ridotta al silenzio.

L’auto si ferma davanti alla scuola. Mai come oggi mi è sembrata così bella e accogliente.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.