Matrimonio a ogni costo, la pretesa dei falsi diritti

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Sabato notte lo stato di New York ha approvato una legge che consente il matrimonio fra omosessuali e nei giorni successivi la stampa americana ha posto una grande enfasi su questa decisione. In effetti non capita tutti i giorni che un istituto giuridico di tradizione plurisecolare come il matrimonio e la famiglia sia modificato in uno dei suoi connotati essenziali. Si tratta di un cambiamento che potrà esplicare un grande impatto sociale, soprattutto nel lungo periodo. Le comunità gay hanno esultato e riempito le strade di New York. Altri hanno protestato energicamente.

Chi scrive non esulta di fronte a questa decisione. Proviamo a mettere da parte la pura reattività e a porci qualche interrogativo più in profondità.

In che cultura si radica una decisione di questo tipo?

Gli argomenti che ricorrono nel dibattito sul matrimonio omosessuale sono essenzialmente due. Il primo: se sposarsi è un diritto, occorre che ciascuno sia libero di sposarsi con chi preferisce, senza condizioni. Il secondo: impedire il matrimonio agli omosessuali è una discriminazione.

Il primo argomento esprime una idea di individuo in-dipendente, dis-incarnato, che non dipende da nulla e da nessuno, la cui libertà si risolve nella possibilità di svincolarsi da qualunque dato e da qualunque condizione, compresa la propria identità sessuale. Secondo questa concezione il genere, si dice, non è dato, ma è scelto. Ma esiste nel mondo reale una condizione umana in cui la scelta, la preferenza, la volontà, l’aspirazione si realizza svincolata da ogni condizione data? Questo argomento, se portato a piena coerenza, dovrebbe indurre ad eliminare ogni condizione che la legge prevede per il matrimonio: età, divieto di matrimonio tra consanguinei, monogamia, etc.

Il secondo è frutto di una difficoltà tipica della nostra epoca che tende a confondere differenziazione e discriminazione. È vero che nel passato ci sono state molte legislazioni e costumi sociali aspri e inospitali verso gli omosessuali, se non addirittura impietosamente discriminatori: ancora negli anni 90 alcuni stati americani prevedevano il reato di sodomia, punito con il carcere. Questo retaggio del passato ha innescato una giusta sensibilità avverso le discriminazioni subite dagli omosessuali.

Tuttavia, altro è discriminare altro è mantenere delle distinzioni: non ogni differenziazione è discriminazione. Mantenere su un piano distinto il matrimonio e la famiglia rispetto ad altre forme di convivenza è discriminare o operare distinzioni? Se il legislatore non potesse mai distinguere, classificare, selezionare i destinatari delle sue norme nessuna scelta politica sarebbe mai permessa, perché tutte si basano su classificazioni e opzioni. Il punto, piuttosto, è valutare se la distinzione è ragionevole e se è finalizzata a realizzare un obiettivo ritenuto meritevole di tutela, come si è ritenuto finora nella maggior parte del mondo nelle legislazioni sul matrimonio e la famiglia.

Che impatto può avere una decisione di questo genere? Che effetti diretti o indiretti in altre parti del mondo?
Qui occorre distinguere la portata giuridica da quella culturale. Giuridicamente parlando, la decisione dello stato di New York vale solo entro i suoi confini: oggi già alcuni (pochi) stati americani ed europei riconoscono il matrimonio omosessuale, mentre la maggior parte riserva il matrimonio alle coppie eterosessuali, e così continuerà ad essere. Si tratta, infatti, di una decisione politica e molto controversa, assunta dal parlamento dello stato di New York, in un clima acceso, e a prezzo di una spaccatura tra le diverse parti politiche. Alla fine è passata una legge valida a livello locale, ma di per sé non esportabile. Su queste materie ogni Stato decide autonomamente. Per quanto riguarda l’Italia, la Corte costituzionale ha chiaramente affermato (sent. 138 del 2010) che la Costituzione italiana protegge la famiglia, differenziandola da altre forme di convivenze e non permette il matrimonio omosessuale.

Diverse le considerazioni sul piano culturale: è chiaro che una decisione come quella che stiamo commentando risuonerà in molti ambiti, e in particolare in molte sedi internazionali. Non ci sarà da stupirsi se presto le agende politiche e giuridiche riproporranno in una forma o nell’altra questa problematica anche nel vecchio continente.

Articolo tratto da Il Sussidiario

 

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