Noi accettiamo gli zingari

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“Noi accettiamo gli zingari”con accanto l’immagine di un’accetta. Da questa frase prese avvio il discorso della serata.

Ci riferivamo ad un noto link che girava tra le pagine di un ancor più noto social network. Il discorso non era di carattere né razzista, né denigratorio, solo che a me ed ad un mio amico questa frase faceva scoppiare a ridere, tralasciando il significato intrinseco, semplicemente per il gioco di parole. “No, no! Io invece gli zingari li detesto proprio” disse d’improvviso una delle ragazze, “guarda oramai non li reggo più, tutto il tempo sugli autobus, quella puzza…”, “Sì, e poi portano pure sfiga” intervenne un’altra, “dico sul serio! Quelli ti fanno il malocchio e..”, “Ragazze ma che cavolo dite!” le interruppe uno dei ragazzi. “Si, davvero Francè, così ti comporti da razzista” proseguì Silvia, un’amica della prima ragazza intervenuta, rivolgendosi proprio al suo intervento. Il fatto è che sia Francesca che Silvia sono gli individui all’interno della nostra compagnia esponenti della linea di pensiero più “alternativa” e radicale possibile, dunque Silvia si scandalizzava che Francesca manifestasse un’opinione tanto in contrasto con la loro abituale prospettiva. “No, davvero Silvia, questo non è razzismo. Perché per essere razzisti bisogna andare contro una razza specifica, ma loro mica ce l’hanno, non esiste la razza zingara..”. “Ragazze ma che caspita dite!” reintervenne il ragazzo di prima, “Clara, ma come puoi credere che ti facciano il malocchio? E poi così, di punto in bianco? Giusto perché ci prendono gusto nel fare il malocchio a tutti gli individui che beccano sugli autobus? Esseri così scellerati ed ignobili da creare bambolette vudù di tutti coloro che incrociano sui mezzi? Allora, se posso darti un consiglio, comincia con il fare attenzione a non perdere capelli che poi potrebbero raccogliere, ed il pericolo del malocchio vudù è scongiurato. Francesca, quanto a quello che dici tu, non bisogna mica avere una razza di fronte, per essere razzisti, anzi: se anche io fossi uno di estrema destra, un fascista che va a picchiare in giro la gente -come spesso vi piace immaginarli-, il semplice fatto che tu non mi rivolga la parola perché non condividi il mio pensiero –per quanto questo porti a comportarmi in maniera illecita- farebbe di te una razzista, una razzismo di tipo intellettuale, che è anche peggio, perché non dipende dal colore della mia pelle o la mia estrazione sociale, i quali non posso scegliere, bensì da qualcosa che ho scelto liberamente, ovvero la mia condotta di pensiero”.

“Il razzismo intellettuale è ancor più pericoloso perché è a priori” proseguì un altro ragazzo ”ovvero tu sai già come una persona la penserà su quella determinata tematica e quindi lo stai bollando per questo”, “e in questa maniera non gli riconosci la libertà di pensiero, che è ancor più sottile,” riprese il primo “ma più schiacciante di qualcosa della quale io non posso disporre. Se uno odia un gatto perché odia i gatti in genere, oggi si direbbe, è un idiota, perché detesta qualcosa a prescindere, per il fatto che il gatto non ha scelto di nascere gatto; ma se uno odia il tamarro, la zecca o il fascista, perché hanno un modo “traviato” di vedere la cose, bè a questo punto si ritiene che sia più concepibile o accettabile –e per alcuni addirittura giusto- detestarli. Insomma sembra valere il principio, “io rispetto coloro che sono tolleranti, ma rigetto coloro che non lo sono”. Ma è un controsenso, poiché reputando di porsi nella categoria di coloro che sono più aperti mentalmente, poi ci si pone in quella di coloro che invece non lo sono, semplicemente perché non dimostro nei loro confronti quell’apertura che dimostrerei con i primi. E’ il paradosso del io amo tutti coloro che amano ed odio tutti coloro che odiano. Pensai che dicendo queste parole, il ragazzo si stesse accostando all’evangelico richiamo Se amate solo i vostri amici che merito ne avrete? che è una delle varie sottoclassificazioni del ben più noto ed esteso Ama il prossimo tuo come te stesso: prossimo tuo inteso non solo come il tuo fratello o amico, ma anche il tuo nemico, proprio perché siamo tutti fratelli.

Il fatto è che tollerare non ha l’ampiezza dell’amare vero e proprio. Essendo uomini spesso finiamo per perdere la tolleranza, o come diceva Totò, ogni limite ha una sua pazienza, ed in una maniera o nell’altra un po’ di razzismo finiamo per dimostrarlo tutti.

“Concludendo il discorso sugli zingari” riprese il ragazzo, “anche se non fossero classificabili come potrebbe esserlo la razza italica -cosa tra l’altro molto difficile-”, “ed anche perché a ben sviscerare non si può parlare più di razze” incise un’altra ragazza fino ad allora non intervenuta, “nel momento in cui tu dici detesto gli zingari ecco che ti comporti da razzista”.

Piano piano il discorso scivolava verso altre derive, da quel momento in poi non più centrali, come “ma no, è una questione di culture diverse”, “sì ma la cultura tua, a casa tua; a casa mia non vieni a rubbare”, “ma guarda che loro sono fortemente condizionati sin da piccoli”, “sì ma crescendo si comincia a ragionare con la propria testa e ti rendi conto di cosa è giusto e cosa è sbagliato”, “non credere sia così facile, tu parli così perché sei stata educata così, loro hanno un imprintig mentale che noi non potremmo capire..”, e così via.

Quella sera era il compleanno di una nostra amica, ci trovavamo dietro il Vaticano in piazza Risorgimento, con pasticcini e spumante per festeggiarla.

Le discussioni proseguirono e variarono, come gli esami universitari che attendevano ciascuno, le diverse facoltà, i viaggi estivi, l’interrail fatto da alcuni del gruppo, ma soprattutto, le vicende della “mitica” tappa di Amsterdam, facendo vertere battute e commenti sulle attrattive del posto che avevano sconvolto ed esaltato chi vi era stato: dai diversi tipi di donnine ai paradisi artificiali sperimentati da altri (“uh, guarda! I grattacieli sulle nuvole!” “Ah le mie mani! Che schifo le mie mani! Toglimele, toglimele! Sennò me le taglio!”), culminando con il gay pride della città, al quale avevano assistito alcuni un anno fa. Inutile aggiungere le risate ed i lazzi, soprattutto di chi non vi era stato, ai racconti di chi narrava con il volto contorto in una smorfia di disgusto per tali estremizzazioni, pur professandosi “ liberi, aperti intellettualmente e privi di pregiudizi”. Difatti guai ad accennargli il termine disgusto, poiché costoro si affrettavano subito a precisare con un filo di voce “no.. semplicemente.. non è il mio genere di cose”.

Ma in fondo, presenti o assenti, pro o contro, tutti scherzavamo ironizzando, essendo questi eventi non da tutti i giorni e palesemente enfatici, per cui, anche chi non avesse condiviso una certa linea di pensiero non si sentiva assolutamente messo in disparte. Difatti quella sera stessa erano presenti alcune persone con un orientamento sessuale divergente dai più del gruppo, i quali stessi ridevano di questi eventi senza così sentirsi accusati o ridicolizzati (i marinai di Amsterdam con i baffi alla mangiafuoco ed i pantaloni imbottiti ci pensavano da soli a farlo per se stessi).

Quando però, la serata era oramai agli sgoccioli e molti della compagnia se ne erano già tornati a casa emerse l’argomento venerdì sera. “Allora che facciamo? Torniamo lì?” dissero alcune ragazze tra le quali presenziavano quelle sopraccitate, con divergente orientamento sessuale, “Andiamo al Gay Village?”. “Mah, può darsi, devo sentire Cate e Fede,” disse Clara, “da quando sono in pausa con Valerio esco con loro. Ma comunque, anche se credevo che il Village fosse un posto sicuro per ragazze senza fidanzato, dall’ultima volta mi sono ricreduta. C’era quel tizio, lo scimmione –si vedeva benissimo che era etero- con la maschera ad ombrello.. oh mamma mia, se ci penso ancora..! Meno male che ha immaginato che non ci stessi..”. “Sì, ma dai Clara, quanto saresti più in pericolo se andassi in una discoteca normale? Almeno al Village gli etero sono pochissimi ed hai il vantaggio che partono con il presupposto che tu non ci stia.” “No, ma infatti penso sicuro di tornarci”, “Che poi è proprio uno squallore gli etero al Village che ci vanno per rimorchiare, insomma, ci sono tante discoteche..”. “Sì, ma sai che il campo di gioco lì è più limitato, nel senso: sai che c’è meno concorrenza..”. La frase venne da un ragazzo, conosciuto per il suo punto di vista non allineato a coloro che parlavano, prevalentemente ragazze, e ai più del gruppo; non aveva la loro stessa apertura mentale. Le ragazze sorrisero scambiandosi sguardi d’intesa, poi, una per tutte disse: “Ehi Andrè, ma perché non vieni con noi al Village?”. Silenzio. “Mah, veramente, non credo sia un posto adatto a me. Cioè..”, “Sìsì, vabbè, tutte scuse. Sei il solito..” dicevano, continuando a ridacchiare. “Bigotto!” gli sibilò provocatoriamente una delle ragazze. “Ma no, che vuol dire.. per carità, io, non mi sembra d’aver mai inveito contro omosessuali o sono andato a picchiarli, con questo non vuol dire che condivida..”, “Sìsì, tutte scuse” lo fermò un’altra, “se questo è vero, allora vieni con noi!” (“Bigotto!”), “Il fatto che io non li aggredisca non vuol dire che mi ispiri andare al Gay Village”. Cominciavano ad incalzarlo, a turno. “Ma dai, fanno bella musica!”, “Machemmenefregammè della musica, porca vacca! Quelli che vanno al Village mica ci vanno per musica, eddai!” (“Bigotto!”). “Andrea guarda che io ci sono stata e non ho mica avuto problemi!”, “Ma tu sei una femmina!” (“Bigotto!”) “Aaah, lo vedi che sei il solito chiuso mentalmente che valuta a priori! Vieni con noi, starai bene”, “Lo stiamo mettendo con le spalle al muro”, sussurrò una delle ragazze ad un’altra. “Io non ho detto che a priori non mi vada il Village, ma non ritengo sia un posto adatto a me!” (“Bigotto!”), “Vabbè, ne ero sicura, c’era da aspettarselo”, “Senti, non ho detto che non vengo, anzi, voi trovatemi un pannolone d’acciaio e sono dei vostri!”.

Questa battuta l’aveva condannato: notavo che fino ad allora si era trattenuto nel non aprire una discussione di quel tipo, entrando nel merito, lo conoscevo bene, perché io stesso l’avrei evitata in presenza di persone che rischiassero di sentirsi ferite, essendo direttamente interessate nella questione; ma quel tipo di esclamazione aveva portato il discorso su di un altro piano e quando si fanno battute di un certo genere, se non si sta scherzando, non ha più importanza chi dei due abbia ragione. Chi perde la calma, perde il controllo e sbotta in questa maniera ha perso il conflitto. Erano riuscite nel farlo cadere.

Resosi conto dell’errore, cercò di recuperare: “Allora, è inutile dibattere sui nostri diversi punti di vista, perché voi sapete come la pensi io sull’argomento ed io so come la pensiate voi, o quantomeno, io non ho intenzione di discuterne qui, non ora. Detto questo, sapete perfettamente che non mi sono mai dimostrato intollerante nei confronti di nessuno..” ma le ragazze non lo ascoltavano più. “Ed inoltre bigotto è un termine che non mi appartiene: se andassimo a discuterne l’etimologia e l’uso odierno che se ne fa e che ne avete fatto su di me vedrete che non ci prende per nulla e allora..” le ragazze ridevano e non lo consideravano. Era un bigotto punto. Se avesse voluto dimostrare il contrario, venerdì sera sarebbero passate a prenderlo.

In realtà io capivo il punto di vista di Andrea perché lo condividevo, ovverosia egli non accettava l’omosessualità, ma un conto è l’omosessualità, un conto è l’omosessuale, persona come tutte le altre ad eccezione della sua scelta di outing e le pretese che da essa derivavano. Mi rendevo conto che la sua riflessione, tanto quanto la mia, si basava sul famoso detto di Giovanni XXIII, bisogna condannare il peccato, non il peccatore. Ed in effetti in altre circostanze Andrea non aveva assunto un atteggiamento diverso da quello che aveva con altri amici, quando si era trovato in compagnia di omosessuali.

Ed ecco la stranezza: fino a poco prima avevano riso e scherzato su quel tema, tutti assieme, pro o contro che fossero, ma ora sembrava che i soli legittimati a farlo fossero quelli che lo approvavano, Andrea non aveva più diritto di cittadinanza in quel campo di giochi, perché la sua era una semplice manifestazione di disprezzo. O almeno, questo è quanto si dice di chi non approvi l’omosessualità eppure ci scherzi su: l’omofobia è il classico segnale di omosessualità latente. E ancora, precedentemente gli altri avevano affermato che quello non era il loro genere di cose, ma ora che con maggior schiettezza, proprio perché conforme alla sua prospettiva, Andrea dichiarava la medesima cosa, il valore di quell’enunciato mutava, cambiando di peso, sembrava che non equivalesse a quello che poco prima, anzi con un filo di voce, avevano proferito loro.

Paradossalmente questo ostracismo che praticavano verso di lui era tale e quale a quello poco prima discusso come razzismo. Ma non il razzismo verso gli zingari, bensì il razzismo verso i tamarri. Il razzismo sulla linea di pensiero, il razzismo intellettuale.

Era un bigotto perché quella era la sua opinione, che era un’opinione sbagliata, e che era la sola in contrasto con quella dominante. Ed era un bigotto perché la sua era un’opinione chiusa, indiscutibile, inalterabile e dunque questo lo rendeva non aperto mentalmente. Viceversa loro avevano un modo di pensare del tutto indipendente, scevro di pregiudizi e libero da imposizioni dottrinali di natura secolare.

In realtà Andrea sapeva di non avere niente del bigotto perché io stesso gli avevo spiegato il vero significato di una parola oggi tanto abusata. Bigotto anzitutto ha un’etimologia nordeuropea, molto probabilmente dall’espressione molto diffusa in Germania “Bei-Gott” (Per Dio), o destinata ad altre ristrette minoranze più dedite ad un ossessivo rispetto della pratica religiosa a discapito di quella spirituale. Insomma tutta forma e poca sostanza. Dunque è primariamente un termine che non ci appartiene, poiché non deriva dalla nostra cultura e tradizione, ma anzi da quella prettamente protestante che ha manifestato questa sua peculiare “bigotteria” proprio in fenomeni come il puritanesimo, ma che purtroppo, in tempi moderni, con la riduzione generalizzante del mondo cristiano al solo cattolicesimo e un certo tipo di cinematografia (americana, quindi anglosassone, quindi con le sopra specificate radici), ha “appiccicato” questo termine dispregiativo sulla fronte di qualunque cristiano. Ma in realtà la disamina non si ferma qui, poiché, proprio perché il bigotto si limita ad una fede puramente formale ed intransigente, non semplicemente è un cattivo cristiano, di più, è un anticristiano. Perché? Perché viola i due principi sui quali si dovrebbe basare la vita cristiana: il retto uso della Ragione e l’esercizio della Carità. Voi dovete rendere ragione della Verità sta scritto, ma se ci si limita ad eseguire quel che ci viene detto, in maniera sistematica e meccanica, quando mai eserciteremo la nostra Ragione, il dono più grande che ci è stato fatto? Se applicassimo le regole in maniera cieca, come potremmo comprenderne la ratio? E dunque, se non ci applicassimo in questa maniera, come faremmo a riconoscere dove sia la Verità?

Inoltre, se seguendo queste categoria prestabilite, classificassimo il prossimo incasellandolo in uno schema predefinito, vivremmo i rapporti con l’altro in maniera manichea, dividendo in bianco e nero tutto quanto, senza pietà o perdono nei confronti di nessuno (nemmeno di noi stessi): senza Carità.

Non bisogna partire in una dissertazione reputando di essere sicuramente nel giusto, nella ragione, questo sarebbe già uno sbaglio, ci chiuderebbe al dialogo con l’altro: ci impedirebbe proprio di esercitare Intelletto e Amore. Rendendo il dialogo un monologo.

Forse Andrea, su certe tematiche, era giunto alle mie medesime conclusioni utilizzando quella tanto sbandierata libertà di pensiero che invece gli altri gli negavano di avere. Ma forse, essendo giunto alle stesse conclusioni che oltretutto, per molto tempo, avevano dominato il pensiero comune, allora il suo era un pensiero datato; ora l’atmosfera dominante era un’altra: doveva aggiornarsi, altrimenti era in controtendenza. Doveva aprirsi a nuove concezioni. Doveva accettarle.

Cogitoetvolo