«Non c’è fango che tenga»

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Volti freschi su magliette sporche di limo (le stesse del novembre 2011), energia, entusiasmo, catene di solidarietà. Sono gli “angeli del fango” quelle nuvole di ragazzi e ragazze, uomini e donne, quasi tutti giovanissimi, che si incontrano tra le strade di Genova.

La grande paura per le esondazioni di qualche giorno fa non ha, di certo, scoraggiato gli abitanti che con vanghe in mano, in centinaia, si sono messi all’opera. Erano nei quartieri feriti, nelle zone limitrofe all’alluvione, lì dove si è assistito impotentemente al disastro, e sono arrivati anche da altre regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Toscana). Il maltempo ha concesso loro una pausa, una boccata d’ossigeno per respirare e la possibilità di ripulire. Hanno lavorato per far ritornare tutto alla normalità, allestendo punti di ristoro e alloggi in collaborazione con la Protezione Civile e la Croce Rossa; mettendo, inoltre, a disposizione di tutti acqua, pasti caldi e generi di prima necessità.

C’è chi, come loro, è sceso per le strade dandosi subito da fare, qualcun altro, invece, è rimasto a casa a twittare. Questo scaricabarile politico, in cui non si è ben capito che il potere è di chi sa mettersi al servizio, alimenta una sorta di avversione verso i “capi” del Paese, verso coloro che, dall’alto dei loro scranni, giudicano, si lanciano colpi bassi, delegano responsabilità. E mentre i “grandi” giocano questo assurdo ping-pong, nell’inferno del fango qualcuno ci rimette la vita, le attività, le case, la memoria. I fantasmi della scorsa alluvione riemergono: tre anni volano via in fretta e la paura torna a galla con forza, con più forza di prima.

Allora si scava per rabbia, si scava per sorridere, per rompere un muro di diffidenza, si scava per stare insieme. Non importa sotto quale bandiera, né che tu sia tifoso della Samp o del Genoa; non importa da quale Paese o regione tu venga. La solidarietà è contagiosa ed invisibile. Proprio come l’altra faccia di Genova, propria degli invisibili: di quelli che hanno scelto di dare una mano, dei venditori ambulanti senegalesi, dei giovani marocchini delle moschee del centro storico, divisi in squadre, smistati nelle zone più colpite.

Nell’aiuto reciproco non troviamo differenze. Tutti lì a spalare il fango, entusiasti, integrati, collaborativi. Il passaparola (e la parola, qui, è “solidarietà”) è comprensibile a tutti, non si presta a traduzioni ulteriori, è un atto, non un termine in potenza, e nemmeno la colpa di altri scaricata su altri…

 

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!