Non è questo il mio calcio

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Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza inseguendo un pallone, per strada, senza interrogarmi sull’ora, senza curarmi se ci fosse sole o nebbia, senza chiedermi se i miei genitori mi avrebbero rimproverato sulla soglia di casa al mio ritorno, senza perdere tempo a pensare se i miei compagni di gioco fossero brave o cattive persone. Si usciva di buon mattino, ci si incontrava con gli amici e si andava alla ricerca (a volte disperata) di qualcuno che possedesse quell’oggetto semplice ma quasi magico, tondo ed essenziale. Nessun campetto in erba sintetica, nessuna rete, nessuno schema significativo; solo una piazzetta (meglio se con ampi spazi di ombra) e qualche panchina come porta (meglio se libera, senza torvi vecchietti regolarmente armati di coltello). Questo era il calcio per me: correre, sognare e segnare, esultare, prendersi in giro, litigare per poi abbracciarsi, distendersi sotto le macchine per recuperare il pallone, essere disposti a tutto pur di giocare, ancora, di nuovo.

Certo, ognuno aveva i suoi miti: per me, juventino, Alex Del Piero rappresentava l’atleta migliore, il più bravo, il più corretto (a proposito, peccato che qualcuno non abbia capito che poteva dare ancora tanto al calcio italiano). I miti. Chissà se gli adolescenti di oggi sappiano ancora riconoscere i miti, i punti di riferimento, i modelli da imitare. Del resto è difficile ai giorni nostri. Si può credere ancora al calcio? Si può tifare ancora la propria squadra del cuore, senza vivere nel tormento che sia tutto finto, tutto costruito, tutto patteggiato, tutto simulato?

Ho smesso di seguire il calcio nel 2006, dopo lo scandalo di “calciopoli”. Poi i Mondiali hanno risvegliato in me, ma in misura decisamente minore rispetto alla follia collettiva che si viveva in quei giorni, una strana sensazione: e dai, Fabri, in fondo non è tutto marcio. In fondo si tratta solo di alcuni furbetti, perché devi smettere di seguire le partite? Sei nato per giocare a calcio (anche se i piedi non sono quelli di Platini): come fai a far finta di niente? D’accordo, riproviamoci, perché quella di Moggi&Co. è stata solo una parentesi spiacevole, niente di più. Ecco riaffiorare la passione, l’esultanza, il fermento di chi vede la propria squadra vincere, ancora una volta, meritatamente (Muntari permettendo). La vittoria è vera, reale. Il calcio però non lo è più. È un calcio di plastica, dove sembra contare solo il denaro.

L’inchiesta sullo scandalo scommesse è qualcosa che turba, che scuote dal torpore. Un invito a non abbassare la guardia, a non farsi prendere dall’entusiasmo. Il marcio dilaga. Il problema non è solo, come pensa qualcuno, punire i colpevoli. Nello sport, come in molti altri ambiti, non si può ragionare così. Non si tratta solo di riaffermare la giustizia ex post, quando i giochi sono fatti. Questo, semmai, potrà scongiurare il pericolo che si ripetano questi episodi. Il problema vero è prevenire, far sì che queste cose non avvengano, perché uno sport truccato non è sport. Come si fa a prevenire? Non abbiamo, ovviamente, la bacchetta magica. Una cosa, però, è certa: nel calcio girano troppi soldi, si dovrebbe ridimensionare tutto, abbassare la posta in palio. E le scommesse? Problema delicato, dato che lo Stato incassa. È più facile dire di bloccare le partite piuttosto che bloccare le scommesse (anche se non comprendo la reazione innervosita alla proposta, provocatoria ma seria, del premier Monti). Quale Stato rinuncerebbe ad una simile miniera d’oro? Magari poi si dice pure che senza il controllo dello Stato vi sarebbero le scommesse clandestine…et cetera. Discorsi che già conosciamo, manipolazioni e giochetti verbali che, con diverse varianti, escono fuori in ogni circostanza e per qualsiasi argomento.

Basta così. Scrivo perché voglio risposte e non le trovo. Scrivo perché non ho soluzioni. Scrivo perché voglio che il calcio nazionale assomigli al mio calcio, fatto di risate, sudore, pianti, litigi, ma in cui la scorrettezza era bandita. Rivoglio il mio calcio.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.

  • daria

    Che bell’articolo, poetico e amaro… Mi fa venire in mente anche un altro tipo di “marciume” nel calcio, il doping. Personalmente la cosa che mi interessa non è tanto che falsi le prestazioni atletiche. Ma quando vedo ragazzi di 18 anni morire d’infarto sul campo, non penso che siano tutti come Julian Ross di Holly e Benji.
    Ciao!