Non lasciarmi

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Un film di Mark Romanek. Con Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Isobel Meikle-Small, Ella Purnell. Titolo originale Never Let Me Go. Drammatico, durata 103 min. – USA, Gran Bretagna 2010. – 20th Century Fox uscita venerdì 25 marzo 2011

Tre bambini, Ruth, Kathy e Tommy, trascorrono la loro infanzia in un collegio inglese apparentemente idilliaco. Mentre crescono, capiscono che devono fare i conti con l’amore che provano a vicenda. Da adulti dovranno confrontarsi con l’amore, la gelosia e il tradimento che proveranno ad allontanarli l’uno dall’altro.

Splendido melodramma gentile e sofferto diretto dal regista di un unico film, l’interessante One Hour Photo, e di parecchi videoclip musicali. Il suo nome è Mark Romanek e vale la pena segnarselo perché è riuscito in un’impresa. Realizzare un film di fantascienza senza effetti di qualsiasi tipo e sorretto soltanto dall’interpretazione di tre giovani attori, Keira Knightley, Andrew Garfield e Carey Mulligan, uno più bravo dell’altro, e soprattutto prendendo dalla fantascienza il vero cuore, nemmeno troppo nascosto: le domande di senso. Da questo punto di vista, il film, sospeso in un’atmosfera indefinita e segnato da colori autunnali, si configura come un grande film sulla domanda fondamentale dell’essere umano.

Chi sono io? Qual è il mio destino? A che cosa servo? Perché vivere e morire? Sono le domande che i tre protagonisti si pongono, sempre e continuamente. Se le pongono nell’infanzia – il prologo del film – vissuta all’interno delle mura apparentemente calde e accoglienti del college di Hailsham gestito da una preside (Charlotte Rampling) materna e severa nei confronti di questi orfani di padre e di madre e dal destino segnato. Se le pongono nel rapporto tra di loro e nelle contraddizioni tipiche dell’adolescenza, quando l’amicizia e l’amore si confondono, quando bisogna convivere con i sentimenti più diversi e quando le pulsioni sessuali rischiano di prendere il sopravvento. Soli di fronte a un mondo che – eccezion fatta per un’insegnante del college – non si accorge nemmeno della loro esistenza, i tre ragazzi cercano, come riescono, di farsi compagnia nell’affronto di un dolore che pare certo e davanti a un destino che pare prestabilito sin dai primi momenti della loro vita. Eppure i tre sognano che l’amore e l’amicizia tra loro duri per sempre o sperano, almeno, di ottenere dal Potere una deroga, qualche anno in più, prima del distacco inevitabile. Sperano contro ogni speranza.

Sono almeno due i livelli con i quali accedere al film: il primo è eminentemente cinematografico. Non lasciarmi porta avanti lo stesso discorso di Gattaca, capolavoro della fantascienza delle domande degli anni 90, e Romanek, attraverso uno stile sobrio, privo di fronzoli, rimane ancorato all’essenziale. Più del non senso di un mondo in cui il progresso tecnologico ha ridotto l’uomo a oggetto di consumo, conta il cuore di questi ragazzi che amano, sperano, vivono e soffrono di fronte alla contraddizione della vita che appartiene a tutti, per cui si ama per sempre, nonostante l’amore sia, per sua natura terrena, finito. Scrive ne Il piccolo principe Saint-Exupéry: “La prova che il piccolo principe è esistito sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e che voleva una pecora. Quando uno vuole una pecora è la prova che esiste”. La prova che i tre ragazzi esistono e sono uomini è che si amano e desiderano farlo per sempre. In questo senso, Romanek, da un punto di vista stilistico, riprende con grande rispetto il cinema di Kubrick, il cui 2001, oltre a essere il capolavoro definitivo del cinema delle domande fondamentali della vita, è anche uno dei film di culto del regista di One Hour Photo. Stesso approccio scientifico, stessa apparente freddezza rispetto alla sofferenza dei protagonisti che sembrano lasciati soli a se stessi. Eppure, a ben vedere, come nel finale di Orizzonti di gloria, o in tanti momenti di Barry Lyndon e dello stesso 2001, Kubrick piange sommessamente e in silenzio sulle tante crudeltà che il Destino infligge ai suo personaggi, così fa anche Romanek, nelle sequenze in ospedale con protagonisti i donatori e nel finale, carico di attesa davanti a un orizzonte assai evocativo.

La seconda chiave di lettura è quella metaforica e simbolica. Il film, solo a una prima frettolosa analisi, parla di altro da noi, di un altro luogo e di un altro tempo. In realtà Non lasciarmi parla del qui ed ora. Lo dicono i toni fiabeschi e anche kafkiani del prologo; lo dice la mancanza praticamente assoluta di riferimenti spazio-temporali, ma lo dice soprattutto l’idea di fondo del film, e cioè che tutti siamo “donatori”.

Recensione tratta da Sentieridelcinema.it

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Cogitoetvolo