Nord Africa, eppur si muove

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Il rialzo dei prezzi dei generi alimentari è stato la scintilla che ha innescato la rivolta contro i dittatori del Nord Africa. La “rivolta del pane” sta mettendo in discussione equilibri politici ed economici consolidati da decenni. Le proteste popolari scoppiate nei primi mesi del 2011 in Tunisia, in Marocco, in Algeria, in Egitto stanno a dimostrare che i popoli di questi Paesi desiderano la democrazia e la globalizzazione. Nel mese di dicembre 2010 i porti del Nord Africa davano segni di estrema competitività nei confronti dei porti europei, in particolare di quelli italiani, francesi, spagnoli e greci. Negli scali di transhipment, trasbordo dei container, le navi preferivano scaricare nei porti di Tangeri in Marocco, Enfidha in Tunisia, Orano in Algeria, Port Said in Egitto, piuttosto che in quelli di Gioia Tauro, Valencia, Marsiglia, favoriti dai costi di gestione e fiscali minori. Nei prossimi anni, se ci saranno leader democratici, questi Stati diverranno molto competitivi e produttivi.

La corruzione, la disuguaglianza e la mancanza di libertà hanno frenato lo sviluppo del Nord Africa. I proventi della vendita del gas e del petrolio dei Paesi produttori (Algeria, Libia, Egitto) e i proventi del transito dei gasdotti (Marocco e Tunisia) non sono stati investiti per la crescita economica. Le rivolte nascono dalla disperazione di popoli oppressi dai loro governanti.

Un desiderio chiamato giovane

In Tunisia la folla ha ottenuto le dimissioni del presidente Ben Ali e lo smantellamento del suo apparato repressivo. In Marocco i manifestanti hanno ottenuto dal sovrano Mohamed VI la promessa che saranno varate riforme istituzionali ed economiche. In Algeria il presidente Bouteflika, dopo le manifestazioni di protesta, ha revocato lo stato d’emergenza in vigore dal 1993. In Egitto il presidente Hosni Mubarak si è dimesso, la legge di emergenza in vigore dal 1981 verrà abolita. Il Consiglio supremo delle forze armate ha indetto il referendum di riforma della Costituzione, che si è svolto il 19 marzo scorso con la vittoria del sì, favorevole al cambiamento, e a settembre si terranno le elezioni per eleggere i parlamentari. In questi Paesi il processo democratico è incominciato, il muro della paura è crollato, la società civile si sta muovendo. Le condizioni in questi Stati sono simili: un forte esercito in contatto con i Paesi occidentali; popolazioni di religione islamica sunnita; un ceto medio intraprendente, che vuole prendere parte alle decisioni politiche; partiti politici laici e islamici. Le nuove tecnologie e l’istruzione hanno favorito la comunicazione delle idee tra la gente.

L’intellighenzia islamica moderata, sottovalutata e poco sostenuta dall’Occidente, sta dando un notevole contributo a formare la coscienza politica delle popolazioni e a rivendicare i loro diritti. I giovani desiderano lo sviluppo dei loro Paesi per potere avere un lavoro, dei figli, una casa. Sono più istruiti dei loro padri e consapevoli, che senza le riforme, rimarranno senza un futuro nella loro patria e dovranno emigrare.

 

Non c’è più la massa passiva

I redditi in questi Stati sono bassi con notevoli differenze tra chi vive in città e chi vive nelle campagne, e la disoccupazione è molto alta tra i giovani. Tra la gente c’è voglia di fare, di dimostrare che un cambiamento è possibile. Il processo democratico sarà lungo e difficile, le resistenze da parte dei sostenitori dei vecchi regimi si faranno ancora sentire per molto tempo, inoltre c’è l’incognita dei Fratelli musulmani. I simboli comunque in questa rivolta sono stati chiari, non si è più in presenza di una massa araba passiva, in particolare i manifestanti in Egitto, al Cairo, in piazza Tahrir hanno dimostrato elevato senso di responsabilità civile, nessuna bandiera americana e israeliana è stata bruciata, musulmani e cristiani copti hanno protestato insieme e hanno pulito la piazza dopo avere ottenuto le dimissioni di Mubarak. In questi Paesi le rivolte sono state spontanee senza leader carismatici. Questi popoli vogliono il cambiamento e vanno aiutati a sviluppare le loro democrazie e le loro economie, l’Europa dovrà intensificare la collaborazione con i nuovi governi dei Paesi del Nord Africa.

Per la crescita economica di tutta l’area maghrebina, oltre alla promozione e al sostegno delle piccole e delle medie imprese è indispensabile la realizzazione dell’autostrada del Maghreb e della ferrovia transmaghrebina. Molto importante è il progetto Desertec, sostenuto dalle più importanti aziende europee, che consiste nel produrre nel Sahara con impianti solari energia pulita e acqua, un significativo aiuto per lo sviluppo dei Paesi del Maghreb, ma anche per l’Europa, che tramite la costruzione di una rete elettrica intelligente potrà ottenere il 15% del suo fabbisogno di energia elettrica nel 2050. Questo progetto rappresenta un esempio virtuoso di come sia possibile integrare le due sponde del Mediterraneo.

Incognita Libia

In Libia la situazione è completamente diversa dagli altri Paesi del Nord Africa, perché le condizioni sono diverse : l’esercito non ha legami con l’Occidente; non esiste un popolo, nel senso che esistono molte tribù e clan; il territorio libico è storicamente diviso tra la Tripolitania e la Cirenaica; il Paese dipende interamente dai pozzi petroliferi e dai porti necessari a esportare il greggio. In Libia, se non interviene un rapido cambio di regime, la guerra potrebbe durare a lungo, mesi e forse anni, con il rischio della perdita dell’unità del suo territorio. Muammar Gheddafi rappresenta l’incognita del Nord Africa e del Mediterraneo. Il Colonnello potrebbe tentare di interferire sul processo democratico in corso nel Maghreb, destabilizzare Stati del Sahel e dell’Africa centrale, alterare gli equilibri geopolitici nel Mediterraneo con possibili inedite alleanze.

L’intervento in Libia, reso necessario per proteggere gli insorti e i civili dall’esercito libico, dai miliziani e dai mercenari del Colonnello, autorizzato dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu e posto sotto il comando della Nato, dimostra la pericolosità di Gheddafi. La no fly zone e l’embargo delle armi hanno permesso agli insorti il controllo della Cirenaica e la nomina a Bengasi del presidente Abdel Jalil al Consiglio nazionale di transizione libico. In Cirenaica pende la minaccia di Gheddafi di interrompere la fornitura dell’acqua fossile sahariana dell’acquedotto del Great Manmade River con grave danno per i cittadini. Due scenari paiono probabili : il primo consiste nella caduta di Gheddafi e l’avvio del processo democratico, con la liberazione della Tripolitania da parte degli insorti, riforme e libere elezioni; il secondo consiste nella divisione della Libia con la Tripolitania sotto il controllo del Colonnello e la Cirenaica libera, ma insicura. Nel secondo caso infatti permarrebbe l’instabilità della Libia fino a che uno dei due contendenti non sconfiggerà l’altro. La spartizione del territoro libico inoltre significherebbe la divisione del petrolio. In Libia il 90% del Pil è composto dalla vendita del petrolio e del gas. Nella Libia dell’est nel Bacino di Sirte proviene il 70% del petrolio e il restante 30% proviene dalla Libia dell’ovest (bacino di Murzuq, del Ghadamis e aree off shore vicino a Tripoli). Inspiegabile appare la circostanza che le cancellerie europee non abbiano compreso la gravità della situazione in Nord Africa.

La Libia, porta sia del Mediterraneo sia dell’Africa centrale, meritava e merita un’attenzione particolare. I legami storici, che uniscono l’Italia alla Libia attraverso le attività economiche (l’Italia è il primo partner commerciale della Libia) ed estrattive, implicano una politica attenta alle esigenze del popolo libico. In particolare ci unisce il gasdotto Green Stream, inaugurato nel 2004, che collega Mellitah sulla costa libica con Gela in Sicilia. Finora la vicenda libica ha messo in evidenza che gli Stati autoritari possono contare sul fattore tempo, sul disprezzo della legalità e sulla complicità diretta e indiretta di altri Paesi autoritari; che le divisioni interne all’Europa rendono inconsistente il ruolo europeo nella risoluzione dei problemi internazionali; che le indecisioni del presidente degli Usa Obama hanno indebolito il suo ruolo davanti agli oppositori dei regimi dispotici mediorientali, in particolare in Siria e in Iran; che l’Italia non è riuscita a mediare per evitare il conflitto. Intanto in Cirenaica, il porto e l’aeroporto di Bengasi dovrebbero passeare sotto il controllo dei turchi, che dovranno consentire l’aiuto umanitario ai libici. Forse potrebbe essere la Turchia del premier Recep Tayyip Erdogan, dopo la chiusura dell’ambasciata italiana a Tripoli, a mediare tra Gheddafi e gli insorti per trovare una soluzione diplomatica che ponga fine al conflitto in Libia.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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