La notte che pare non finire mai

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Dalla reggia di Itaca ci è giunto il racconto sofferto e disperato della sua regina…

Me ne sto qui, avvolta nel torpore di questa nuova mattina che vorrei non fosse mai giunta. Un altro giorno d’attesa per il mio cuore forgiato dalla sofferenza e dalla fragile indifferenza che mi ostino a mostrare. La stanza è avvolta dalla penombra, giù nel salone il buio è profondo come un animo incerto. Gli schiamazzi e le rozze grida sbattono violentemente contro le pareti, si infrangono sui vetri, fanno tremare le tende. Il pavimento è sporco, tappezzato dalle pietanze cucinate con cura da ancelle a cui vengono rivolti insulti spazientiti e orridi versi da parte di questi brutali uomini che si definiscono miei pretendenti. Ecco perché vorrei non risvegliarmi oggi, vorrei pensare che non torneranno a infangare l’onore del palazzo: sto perdendo la fiducia in me, nella sorte, persino negli dei e in Telemaco, che è partito senza il mio consenso verso il padre, ovunque egli sia. Euriclea dal canto suo non riesce a darsi pace, e come non capirla? Ha visto Odisseo crescere fra le sue braccia, l’ha visto cadere, sbucciasi le ginocchia, l’ha curato e l’ha allevato con un affetto vero, degno di una donna che merita di vivere alla corte reale.

Ulisse ed Euriclea

Vorrei che questa notte non finisse mai, perché non posso continuare a vivere nell’attesa di qualcuno che il mare potrebbe non restituirmi. Anche se un dio si manifestasse davanti a me dicendomi di aver notizie, io sarei scettica comunque. Me ne sto qui senza riuscire a muovermi, in una notte perenne, fredda e aspra che pare interminabile, mentre le tende fanno filtrare quella tremenda luce che mi annuncia un nuovo giorno. Per me è come riaprire una vecchia ferita, vedere le diramazioni sanguigne che si moltiplicano e si anneriscono fino a ingrigirsi: lì è la mia fine. Il cuore mi fa male, non riesco a respirare, eppure devo sorridere. Devo sorridere sempre, sempre, in ogni istante, come se la mia salvezza potesse avvenire domani, e contrastare la mia infelice malinconia insopportabile con un sorriso che accetta ogni insistenza, ogni rozza offerta di matrimonio, ogni grido malevolo e sguaiato degli invasori della mia dimora.

Se mi chiederai come io stia, ti risponderò che sto bene, che non ho paura. E non mento, non ho paura, ma è la paura che ormai ha me. Se potessi solo allungare questa notte come la mia tela, che si svolge secondo la mia mano già un po’ rugosa, lo farei subito. Mi alzo lentamente, le ancelle ora mi stanno attorno, mi augurano un buon risveglio e mi aiutano nei preparativi. Questa è la mia routine: morire ogni giorno, senza sosta, trafitta dalla lama peggiore, dalla nemica dell’uomo, apparentemente benevola ma vorace di aspettative, appesa sul bordo del vaso di Pandora: la speranza, dannata avversaria del mio cuore dolente.

Svegliarsi per comprendersi, per cercare di accettarsi, per cercare di non infrangere lo specchio dalla rabbia, me sventurata, che non riesco più a essere felice! Alzo gli zigomi mentre l’Egeo scorre sotto le mie palpebre curvate: paiono due lune, proprio come Selene quando mi saluta al momento della chiusura delle grandi finestre della mia stanza. La mia mente frenetica corre alla ricerca di una risposta che non esiste e si corrode in questo tormento. Che sia vivo o morto, ovunque egli sia, lo amo ancora e non potrò mai sposare nessun altro.

Come le radici del ramo d’ulivo che segretamente rende solido e irremovibile il letto nel talamo nuziale, così vorrei essere, vorrei avvinghiarmi a una sicurezza, uscire da questa prigione che è la mia attuale vita quotidiana. Forse non saprò mai se tornerai, forse non ti rivedrò neanche laggiù, nell’Ade, forse sei disperso in qualche impresa o rapito da una ninfa adulatrice: forse è per tutto questo non sapere che sono divorata da un fuoco nero inestinguibile che dilania la mia pelle come successe a Eracle quando indossò il mantello intriso del velenoso sangue del centauro Nesso.

Chissà se mi ritroverai così quando tornerai, se tornerai, perché tornerai, vero che tornerai? Questa mia notte pare proprio non finire mai.

Anna Tonazzi

Dopo essermi diplomata al liceo classico Jacopo Stellini di Udine, proseguo lo studio dell'antichità con grande passione: infatti ora sono laureanda alla triennale in Lettere classiche. Il mio sogno è quello di diventare un'insegnante di italiano, storia, geografia, latino e greco. In contemporanea, da molti anni canto in diversi cori, attualmente nel Coro Giovanile Regionale del Friuli Venezia Giulia e nell'Ensemble vocale Vikra di Trieste, gruppi con cui partecipo a diverse iniziative di vari livelli, dal regionale all'internazionale.