Notte prima degli esami (quelli veri)

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Appoggio i gomiti sul banco. Lo sento caldo sulla mia pelle. Giugno si fa sentire. Guardo i miei compagni e mi soffermo un attimo su ognuno di loro. Voglio ricordare i posti che occupano in questo ultimo giorno di scuola, gli stessi che hanno occupato durante tutto l’anno. Le finestre lasciano entrare il sole del mezzogiorno. È già mezzogiorno? Il banco continua a riscaldarsi. Si appiccica alla mia pelle, lo sento. Premo su di lui le mie mani, così da lasciare impresse le mie impronte digitali per l’ultima volta.

Suona la campanella. Istintivamente guardo l’insegnante. Quel suono ha interrotto la contemplazione del vuoto in cui era immerso. Chiude il registro, lo prende in mano, accenna un saluto, dandoci appuntamento al 20 giugno, primo giorno di esami, e va via. I miei compagni hanno già gli zaini in spalla. Con un’espressione che non è né felice, né malinconica, constatano che l’ultimo giorno di scuola è finito, ma bisogna ancora studiare e studiare e studiare. Continuando a discutere di questo argomento, lasciano la classe, immettendosi, quasi indifferenti, in quella festa di grida che sta riempiendo i corridoi: è finita la scuola, e lo urlano in molti. Aspetto che tutti abbandoninola classe. Raccolgole mie cose, spoglio il banco dei miei oggetti e chiudo lo zaino. Il rumore della cerniera sembra quasi rimbombare contro l’alto soffitto dell’aula: lo sento davvero, per la prima volta in cinque anni. Prendo lo zaino, mi avvicino alla porta, guardo la classe in tutto il suo spazio, riempiendo gli occhi di quella panoramica. Ma mancano i miei compagni, e quell’aula sembra già solo un insieme di sedie e di banchi verdi. Poco male. Chiudo la porta e attraverso il corridoio ancora in festa. Scendo le scale dell’atrio e, quando varco il portone, un fascio di raggi solari bagna il mio viso. È il sole del mezzogiorno: non riesco a vincerlo e chiudo gli occhi.

Chiudo gli occhi e sono già nel mio letto, l’ultima notte prima degli esami. Tanti pensieri affollano la mente, infinite immagini si susseguono. Vedo pagine di libri, appunti e quaderni, compagni e sorrisi, compiti e insulti, gite e canzoni, vacanze e ritorni. Un vortice di parole mi attraversa la mente. Riesco a isolarne alcune e mi accorgo che queste formano una domanda, un interrogativo che supera gli esami, le ansie e le nostalgie: cosa accadrà domani, quando sarà già settembre?

Non so rispondere, ma la mia ignoranza non mi infastidisce. Per questa notte mi basta sapere che domani sarò seduta ad un banco, uno di quelli che ho occupato nei cinque anni di liceo, e che accanto avrò i  miei compagni, tremanti per la paura, vicino a delle finestre che ci illumineranno ancora una volta insieme, forse l’ultima, con il sole del mezzogiorno.

Studentessa in fuga dalla noia, non è un intellettuale, non è un artista. Ha solo una connessione internet.