Nove motivi per ricordarti. Ciao, David!

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Sì, David Bowie non c’è più. Ha deciso di andarsene, come se ne vanno i grandi. Combattendo, stringendo i denti e i pugni.

Sì, David Bowie non c’è più. Ha deciso di andarsene, come se ne vanno i grandi. Combattendo, stringendo i denti e i pugni. Nessun suicidio, nessuna recriminazione verso una vita che gli ha dato tanto: il talento straordinario, la classe cristallina e immensamente british, il successo planetario e, infine, l’eternità.

Sì, il Duca Bianco non c’è più. E mentre qualcuno si sforza ancora di studiare e capire la sua voce, i suoi movimenti, il perché di quegli occhi così diversi tra loro, noi preferiamo imprimere nella nostra e nella vostra memoria i ricordi più intensi di un innovatore instancabile, di un trasformista che non ha mai perso la sua autenticità. I ricordi di un artista che è stato per la Musica ciò che Andy Warhol è stato per l’Arte.

Un riff. Indubbiamente quello di The Man Who Sold The World. È vero che Cobain e il grunge devono tutto a Neil Young, ma devono tutto anche a queste poche note: semplici, quasi alienanti, mistiche. L’inno di una generazione composto con vent’anni d’anticipo.

Un tocco di piano e di cielo. C’è vita su Marte? Solo lui può darci la risposta. Lui che è stato nello spazio più di tutti, con la sua fervida immaginazione da Starman. Era un uomo, una donna o un alieno? Per una volta, non ce ne importa nulla del gender.

Una cover. Solo Bowie può cantare Bowie. Nessun altro. E può farlo anche in italiano, accompagnato da un testo di Mogol. La sua Space Oddity diventa Ragazzo Solo, Ragazza Sola. Ed è poesia senza fronzoli e con una buona pronuncia.

Una copertina. Quella di “Ziggy Stardust”, 1972. Un musicista solo con la sua città, con i suoi vicoli, con i suoi fantasmi. L’atmosfera bagnata, quasi sudicia. Luci sinistre, scatoloni abbandonati. Cosa guardi? Cos’hai visto? Un poliziotto? No. Saresti allarmato. Forse semplicemente un altro spirito smarrito nella notte.

Un ammiratore. Gianfranco Ravasi, cardinale e fine teologo. Sul suo profilo Twitter appaiono quei versi così famosi –Ground Control to Major Tom…– e basta questo per dire: caspita, non c’è più religione…o forse sì?

Un ricordo personale. Quando con la mia band si suonava e cantava Rebel Rebel a squarciagola, trasformando un garage ennese pulito e silenzioso in un avamposto fuorilegge della cultura punk.

Una sensazione. Sabato 9 gennaio. È sera. Ascolto musica su una famosa piattaforma di audio-streaming. Come faceva quella canzone? Ah sì, It Ain’t Easy!! Non ascoltavo David Bowie da molto tempo, non sapevo nulla della sua malattia. Coincidenze? Chissà.

Una preghiera. Ci sono tanti gesti che possono apparire artefatti, quasi irriverenti se a farli è una star del pop o del rock. Semplicemente imbarazzanti, in altri casi. E così Madonna indossa vistose croci d’oro, da buona cattolica dice lei, mentre canta Like a Virgin; e Cristina Scuccia chiede a un intero studio televisivo, con quell’intelligentone di J-Ax che non sa dove nascondersi, di recitare il Padre Nostro in diretta stringendo le mani ai propri compagnetti di banco (l’effetto, purtroppo, è quello)! E poi c’è lui, The Thin White Duke, e tutto diventa una questione di stile. Wembley sta per esplodere: 72.000 persone, riunite da Bryan May e soci per ricordare il grande Freddie Mercury a pochi mesi dalla sua scomparsa. Elton John in gran forma, Axl Rose formato vecchio stampo, Tony Iommi che un santo non è, lo stacco di Sad But True che da solo vale dieci anni di Metallica. David canta la sua magnifica Heroes e poi, semplicemente, si inginocchia e comincia a sussurrare: “Our Father, who art in heaven…”. Niente retorica, giri di parole, colpi ad effetto. Solo una preghiera, nel contesto più rock che ci sia.

Una frase. Non c’è bisogno di un’intera canzone per ricordare David Bowie. Basta una frase. Che poi questa frase sia mutuata da uno dei suoi pezzi più intensi ed eterni, è solo un dettaglio. Don’t let the sun blast your shadow, don’t let the milk float ride your mind, you’re so natural, religiously unkind.

Non lasciare che il sole bruci la tua ombra, non lasciarti stereotipare, sei così naturale, religiosamente irriverente…

Ciao, David.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.