“O capitano, mio capitano”

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A che capitano pensava De Gregori quando componeva il suo “Titanic”? Che paradigma aveva in mente Jovanotti, nella rivisitazione de “La linea d’ombra”, tratta dall’omonimo romanzo di Conrad? Chi era il tanto invocato “Capitano, mio Capitano” del film di Peter Weir? O Palinuro, nocchiero di Enea che nulla, se non il potere sovrumano di dèi capricciosi, poté far addormentare?

Egli era della nave l’àncora stessa, la sua personificazione. Il baluardo incrollabile di salvezza. Colui da cui dipendevano le sorti dell’equipaggio e dell’impresa tutta. Era l’appiglio di passeggeri, avventurieri, naufraghi che in lui, salendo sulla barca, avevano riposto le loro speranze. Anche nelle avversità, negli sconvolgimenti del mare e nelle intemperie, egli custodiva la sua nave, ne era responsabile, a lei la univa un vincolo d’amore e di fedeltà. Sebbene fosse difficile, come sempre è nella vita, perseverare laddove la morte sembrava essere vincente sulle probabilità di salvataggio, quando gli sforzi parevano non procurare nessun immediato progresso, egli era lì. Restava saldo, come casa fondata sulla roccia; una roccia che affondava le sue radici nella profondità più impenetrabile e spaventosa del mare.

Tutta quell’acqua desta, a pensarci, un terrore agghiacciante. Di giorno è bello specchiarsi in essa, divertirsi tra le sue onde e lamentarsi capricciosamente per il troppo sale che nasconde nella sua composizione chimica. Ma, di notte, il sole al quale era così piacevole asciugarsi non splende, il calore dell’atmosfera che aveva reso la temperatura del mare così mite scompare, non si odono gli schiamazzi dei bambini dalla spiaggia e le fastidiose grida dei venditori ambulanti. Regnano buio, gelo e silenzio che danno voce alle angosce più recondite dell’animo umano e al tempo stesso spingono a desiderare un porto, seppur nell’instabilità del vasto mare, una figura di riferimento nelle cui mani affidare la propria esistenza presente e la possibilità di quella futura. Nulla sono, nel naufragio, i giubbotti di salvataggio o i salvagente senza un salvatore, senza un uomo che renda quegli strumenti veramente utili.

Eppure, quello che è mancato, nella tragedia della nave Concordia del venerdì scorso, è stato un capitano, il capitano. Questi si è dato alla fuga, abbandonando in una scialuppa i suoi, coloro dei quali era responsabile. Lui, che avrebbe dovuto, per legge e codice d’onore, abbandonare la nave soltanto dopo tutti gli altri, si è dileguato nel momento del pericolo, non appena il “guasto tecnico” si è rivelato non essere tale. Quale Capitano si sarebbe comportato così?

Non può tuttavia non interrogarci questa disgrazia. Mai come ora siamo infatti chiamati a domandarci: “e noi? Che cosa avremmo fatto?”. Certo, se avessimo avuto figli saremmo corsi a riprenderli e avremmo, forse, dato la nostra stessa vita al costo di metterli per primi in salvo. Ma che capitani saremmo stati in grado di essere nella custodia di perfetti sconosciuti? Avremmo avuto paura oppure saremmo rimasti fedeli alle speranze di salvezza del nostro equipaggio e della nave tutta?

Nessuno, che non sia stato lì quella notte, in quelle drammatiche ore, può rispondere con certezza. Rimane un mistero, che ci può muovere a pensare quale tipo di responsabilità stiamo coltivando per la condivisione della nostra esistenza in una comunione insolubile con quelle altrui. Una comunione che non ammette naufragi inaffrontabili, scogli insuperabili e abissi impenetrabili. Un senso di comune appartenenza a quella “stessa barca” nella quale possiamo desiderare e operare realmente per la salvezza di altri diversi da noi.

Mi offrono un incarico di responsabilità, non so cos’è il coraggio, se prendere e mollare tutto, se scegliere la fuga od affrontare questa realtà difficile da interpretare ma bella da esplorare provare a immaginare cosa sarò quando avrò attraversato il mare portato questo carico importante a destinazione.

(da “La linea d’ombra” di Jovanotti)

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.