Orestea – Vendetta e passione di una stirpe maledetta

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Chiudiamo gli occhi, saliamo sulla macchina del tempo e iniziamo a viaggiare per conoscere le radici della nostra storia. Proviamo a immaginare che un grande palazzo si stagli dinanzi a noi, con le sue mura maestose e spesse che impongono rispetto e sottomissione. Immaginiamo che un re potente, sprezzante del pericolo, ma stremato, torni vittorioso da una guerra decennale che ha dimezzato il suo poderoso esercito e che lo ha confinato lontano dalla sua casa per molti e lunghi anni. Davanti a noi si trova un coro di anziani che, in preda allo scoramento, non crede di poter assistere al ritorno in patria del sovrano.
Viaggiando indietro nel tempo ci ritroviamo così ad Argo, dove il tiranno Agamennone torna dopo aver trascorso dieci anni lontano dalla sua casa, dalla sua sposa, Clitemnestra, e dal suo popolo che sente forte la sua assenza. Il figlio Oreste si trova nella Focide per oscure ragioni, e la figlia Elettra è invece ancora nella sua città natia e attende fremente che torni quel padre che dieci anni prima, per assicurarsi la vittoria sui troiani e ingraziarsi la dea Artemide con lui adirata per averne ucciso la cerva da lei prediletta, era stato costretto a immolare la sua figlia più bella, la più giovane, Ifigenia. Atto cruento ma necessario quando la ragion di stato si impone su quella del cuore. Necessità e sacrificio si mescolano a quella stessa vendetta che anni prima aveva visto Atreo, padre di Agamennone, imbandire le carni dei nipotini al fratello Tieste, colpevole di avergli portato via non solo la moglie ma anche il regno. E ora che Agamennone può finalmente far ritorno a casa, tutto si teme fuorché altri cruenti spargimenti di sangue.
Non possiamo viaggiare indietro nel tempo, ma con grande emozione possiamo assistere alla fedelissima rappresentazione dell’Orestea di Eschilo in uno scenario d’eccezione che porta in scena ogni anno quei miti senza tempo che costituiscono la fecondità del mondo classico. Stiamo parlando del ciclo di rappresentazioni classiche che l’Inda, al teatro greco di Siracusa, rappresenta da anni con grandi applausi e consensi, e che per questa stagione teatrale, proprio come 100 anni fa, ha portato in scena la Dike, il sangue, la vendetta che circondano come spettri la stirpe degli Atridi.
Ai piedi di due gigantesche sculture affiancate di Arnaldo Pomodoro, si trovano accovacciati i vecchi argivi, che per la loro età non hanno preso parte alla spedizione di Troia, e che adesso se ne stanno interrati, come interrata è stata ormai la ragione dalla follia barbara della guerra e dalla sete di vendetta della stirpe d’Argo. Se metaforica ad un osservatore attento può apparire la scena iniziale della rappresentazione dell’Agamennone eschileo, con la polvere di pietra lavica che ricopre i corpi di questi uomini del coro – e gli occhi infastiditi degli spettatori delle primissime file -, fedele appare il resto della rappresentazione che oscilla tra la dissimulazione d’ira di Clitemnestra, che accoglie con finta gioia il ritorno del suo sposo – ma le mani avide di sangue e la sete di vendetta per l’efferato delitto di Ifigenia bramano l’uccisione del marito – , e la spossatezza di Agamennone che non ha più quei tratti omerici di uomo sprezzante e incurante della sorte. Rispetta le divinità a tal punto che non vorrebbe calpestare tappeti di porpora per non cadere in un eccesso di hybris. Eppure la sposa insiste perché quella porpora non rappresenta la sua vittoria in guerra, ma il sangue che ha fatto versare e quello che dal suo stesso corpo verrà versato.
Entrato, così, all’interno del palazzo attraverso la magica apertura delle due maestose sculture, ne esce poco dopo esanime assieme alla sposa che tiene in mano il pugnale ancora intriso di sangue, in veste bianca e non più nera, perché il bianco tra gli antichi è il colore della morte, e la morte, dalla donna tanto attesa, si è finalmente compiuta. Se a sinistra giace il corpo del re, alla destra di Clitemnestra che spiega le sue ragioni al coro basito, si trova Cassandra, pure lei esanime, figlia del re Priamo che Agamennone aveva condotto con sé ad Argo come concubina e bottino di guerra. Le sue capacità profetiche le avevano dato il triste dono di prevedere ciò che sarebbe accaduto, le morti già compiute e quelle che si sarebbero consumate da lì a poco perché la miglior forma di giustizia è ancora quella che ci si fa da soli.
Con l’Orestea, che è l’unica trilogia legata giuntaci dalla tradizione, Eschilo rappresenta la transizione da una giustizia che si impone con il sangue e la vendetta e che genera solo altro sangue e altra vendetta – nelle Coefore sarà Oreste a dover vendicare il padre attraverso l’uccisione di sua madre – a una giustizia democratica decisa dal popolo e profondamente moderna, perché nelle Eumenidi, che chiudono la trilogia, Oreste viene assolto dall’Aeropago e l’ordine viene finalmente stabilito. Si pone fine alla vendetta privata e si impone un deus ex machina sui generis, perché stavolta è il popolo che assolve o condanna, e non più l’ardimentosa mano del singolo.
Di grande valore attoriale la recitazione di tutti, tra i quali spiccano Giovanna di Rauso, nei panni della profetessa Cassandra, Massimo Venturiello, nelle vesti dello stremato Agamennone, Clitemnestra dagli occhi di fuoco rappresentata da Elisabetta Pozzi, e un non secondario Mariano Rigillo, nei panni dell’araldo che porta buone nuove.
Non c’è solo la responsabilità personale, la vendetta privata, la passione accecante, la ferinità repressa, il sacro timore della divinità nella classicità tragica rappresentata nell’Orestea. C’è il disvelamento dell’uomo a se stesso, che avviato dall’antichità, troverà piena conferma nel cristianesimo e totale attuazione nella viva modernità. C’è la nostra storia dietro questi personaggi. Non capirli e non amarli è non capirci e non amarci.

Amo leggere, affidare i miei pensieri alla scrittura e viaggiare per scoprire la bellezza di tutto ciò che mi circonda. I classici latini e greci sono la mia più grande passione - e di questi ho fatto la mia ragione di vita -, insieme all'arte e alla pittura.