Pain of Salvation

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Seppure sia difficile crederlo, essendo quotidianamente bombardati da sonorità commerciali e decisamente poco originali e tipizzate, esistono artisti che sfruttano la loro vena artistica per creare qualcosa che va ben oltre il significato standard di musica. Lo fanno miscelando sapientemente generi musicali, lo fanno dando particolare risalto ai testi e dando vita a bellissimi concept, lo fanno addirittura filosofeggiando.

Immagina te stesso esausto nel bel mezzo di un deserto… Sederti a riposare placherebbe le tue sofferenze, ma ti potrebbe uccidere. Il cammino per l’acqua ti stremerebbe, ma potrebbe salvarti la vita”. Questo sono, nella spiegazione del leader e fondatore Daniel Gildenlow, gli svedesi Pain of Salvation (dolore della salvezza), band ormai mitica nel panorama progressive metal/rock.

Una storia che comincia nel 1984, quando Daniel ha solo undici anni. In quell’anno fonda i Reality, che cambieranno nome sette anni dopo e produrranno il loro primo disco, Entropia, nel 1997. Da allora, quando si pensa ad un gruppo svedese innovativo, si pensa per definizione ai Pain of Salvation e al genio Gildenlow, polistrumentista straordinario, filosofo alle prime armi, ugola camaleontica. Lui è la mente, scrive i testi, la musica, arrangia. Gli esecutori non sono da meno. Penso soprattutto al tastierista Hermansson e all’ormai ex batterista Langell, artisti fuori dalle righe.

Dopo Entropia, gli anni passano e i successi aumentano: Remedy Lane e The Perfect Element vengono accolti dalla critica come veri e propri capolavori. Questi album in particolare si attestano su un genere, il progressive metal, che ha già dei beniamini, i Dream Theater. Dagli inizi degli anni ’90 infatti, la maggior parte delle band prog risulta essere clone del combo americano. Per i Pain è diverso, sacrificano la velocità e gli assoli funambolici sull’altare del pathos, trattando inoltre temi importanti e difficili (suicidio, aborto o, in un album come One Hour By The Concrete Lake, disastro ambientale). I Pain vengono notati, apprezzati, chiamati in tour dai cugini più famosi (Dream Theater in testa); Daniel viene invitato sempre più spesso a cantare e suonare in grandi progetti di artisti in vista nel panorama metal (tra tutti l’olandese Lucassen e i suoi Ayreon) o progressive rock (gli immensi Flower Kings di Roine Stolte).

Tuttavia la loro ascesa non è ancora completa. Manca ancora qualcosa, il tocco di classe. Come quando vengono costruite le katane in Giappone…abili artigiani forgiano la spada con cura, aspettando poi il tocco del maestro, la limatura attenta e minuziosa che rende la spada perfetta e tagliente (oltre che incredibilmente costosa). Il tocco finale arriva nel 2004 e porta il nome di Be, l’ultimo album da ricordare per i Pain. Gli anni successivi a questo capolavoro, vedono infatti la produzione di creature decisamente meno ispirate (Scarsick lascia un po’ l’amaro in bocca, pur essendo un ottimo album).

Definire Be un album non rende. Bisogna considerarlo piuttosto un viaggio, di 76 minuti circa, attraverso i meandri incantati di ciò che riguarda il divino, l’umano, il peccato, la grandezza di un mondo permeato da Dio. Il Dio di Daniel è forse un Dio panteista, che non partecipa in fondo dei tratti cristiani, ma che esiste da quando riesce a ricordare e si interroga sulla sua natura, sulla sua nascita. La rappresentazione divina porta il nome di Animae (Animae Partus è infatti il primo “brano”). Ad Animae si affianca Imago, sua immagine appunto, cioè l’uomo nella sua forma più naturale e pura. Altri due personaggi chiave sono Mr.Money, vero protagonista del concept, e Dea Pecuniae. Il primo è un uomo con grandi ricchezze sulla Terra, che trascorre il suo tempo in ricerche criogeniche per realizzare il suo desiderio: essere congelato per poi diventare immortale. Rappresenta il lato più oscuro dell’uomo, una sorta di Adamo, affiancato dalla sua Eva, Dea Pecuniae, il corrispettivo femminile.

A differenza di altri concept della storia, questo non presenta una vera e propria storia, con un inizio e una fine. Trattasi più che altro, come accennavo, di un viaggio sensoriale in cui si indaga sulle cause della nostra nascita, su Dio e, soprattutto sulla degenerazione umana, la perdita della purezza alla ricerca di piaceri effimeri: una Genesi moderna trattata con l’aiuto di contaminazioni musicali pregievoli. Infatti i generi in cui si articola Be sono folk (Imago-Homines Partus), gospel, metal ovviamente (senza mai esagerare), ambient, senza disdegnare a tratti splendide atmosfere da musical (Dea Pecuniae) e meravigliosi stacchi pianistici (Pluvius Aestivus) in cui Hermansson dà prova delle sue capacità. Uno dei pezzi che personalmente mi ha colpito di più è uno splendido inno liturgico, Nauticus-Drifting. Gildenlow non disdegna neanche il coinvolgimento dei fan nell’album: è infatti presente un pezzo (Vocari Dei) formato interamente da registrazioni inviate dai fan al sito della band, contenenti veri e propri messaggi di segreteria a Dio…molto toccante. Come si evince sopra, i titoli delle canzoni sono tutti in latino e ciò rende il tutto più “solenne”. Non pensate minimamente di andare su youtube e provare a sentire qualche pezzo per “farvi un’idea”. Be va assaporato per intero, senza soste, gustando ogni passaggio, ogni rumore. Se può esservi d’aiuto, sul sito della band è possibile vedere tutti i testi che hanno ispirato Daniel nella composizione. Primo fra tutti…la Bibbia. Non poteva essere altrimenti.

NB: è uscito anche un prelibato Dvd live, in cui Daniel e compagni riproducono dal vivo Be. Da avere assolutamente, dopo aver ascoltato l’album in studio ovviamente.

 

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Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus… chiamatemi come volete, ma questa è l’ultima volta che provo a descrivermi.