Palermo shooting

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Un film di Wim Wenders. Con Campino, Giovanna Mezzogiorno, Dennis Hopper, Olivia Asiedu-Poku, Letizia Battaglia. Drammatico, durata 124 min. – Germania 2008

Il guru della fotografia Finn (Campino) non sembra particolarmente soddisfatto della sua vita fatta di lavoro stressante, feste, belle donne (tra cui la modella Milla Jovovich), cellulare e lettore mp3 sempre accesi. La professione e il successo sono tutto per lui, cinico e superficiale, come ben rivela questo breve dialogo con una sua studentessa, di cui ha appena criticato le foto:
«Visto che trova vuote le mie foto, vorrei sapere per lei cosa si nasconde sotto la superficie».
«Niente. Le cose sono solo superficie. Non è poi così difficile da capire».
«No… cioè… Se non c’è niente dietro le cose allora non c’è neanche bisogno che le fotografiamo. E’ inutile darsi tanto da fare. Tanto vale ubriacarsi aspettando di andare in pensione. O morire in anticipo».
Un incidente evitato per un soffio spinge Finn a un viaggio in parte reale e in parte onirico che è allo stesso tempo fuga dalla morte (impersonata da Denis Hopper) e ricerca di un senso della vita. Un viaggio che lo porta un po’ per caso, un po’ per scelta, a Palermo. Dopo avere vagato perdutamente per la città Finn incontra Flavia (Giovanna Mezzogiorno), bella restauratrice che da anni si dedica al recupero del lugubre affresco intitolato appunto ‘trionfo della morte’. Anch’essa ha avuto un suo incontro con la morte in passato e vive di interrogativi. Insieme cercano delle risposte…

Shooting: ‘fotografare’ ma anche ‘sparare’, come le frecce impietose che la morte scocca contro le sue vittime. Entrambi gesti ‘istantanei’. Una foto che ferma il tempo, la morte che ferma il tempo. La suggestione non è certo originale ma è ben resa nel film di Wenders attraverso l’inseguimento (che a un certo punto diventa ‘reciproco’) tra Finn e la morte. Una fuga-ricerca che porta il fotografo (e il regista) dalla sua Düsseldorf verso sud, sulle orme di Goethe, mai citato esplicitamente ma evidente ispiratore del viaggio del regista, che con lui condivide lo stupore e la passione per la Sicilia e il suo capoluogo. La riflessione sulla vita e sulla morte, sull’attimo e l’eternità si apre nelle prime sequenze del film con i macabri scheletri delle catacombe dei cappuccini di Palermo e le strane ombre di orologi ‘liquidi’ alla Dalì, e culmina nel dialogo finale tra Campino e Hopper che, in modo significativo, si svolge in un archivio, luogo dove si raccolgono le memorie.
Più di metà del film è girata a Palermo. Non sono protagonisti, però, i monumenti che la rendono celebre come il Teatro Massimo o la cattedrale arabo-normanna; bensì il degrado (ma si potrebbe dire anche il fascino…) del centro storico: i quattro canti, il mercato della Vucciria, il museo di palazzo Abatellis, e soprattutto il porto, che esprime l’essenza della città (tutta-porto), «la madre di tutti i porti» come la definisce a un certo punto il protagonista. Non c’è condanna né compiacimento nell’indugiare sui muri scrostati, sulle strade sporche, sui palazzi fatiscenti: semplicemente la realtà, la verità cruda, che non sfugge alla pellicola del fotografo (e del regista). La verità in un mondo che vive di immagine: è questo un altro dei grandi temi del film, che a più riprese sottolinea il contrasto tra la fotografia digitale, che consente di modificare a proprio piacimento il soggetto per renderlo più simile ai propri desideri, e la tradizionale pellicola, con la sua crudele oggettività.

In pieno stile Wenders nel film è molto curata la fotografia (tanto più in un film… sulla fotografia) e ampio spazio è dato alla musica, con una colonna sonora quanto mai assortita (Velvet Underground, Calexico, Portishead, Fabrizio De Andrè e altri). Volendo trovare qualche pecca, il film –che si presta molto a dibattiti su temi come vita-morte, realtà-immagine, il tempo, ecc.- appare un po’ troppo didascalico, soprattutto nel dialogo finale. Il bello delle metafore sta nel rivelare quanto basta perché lo spettatore possa coglierne da solo tutte le implicazioni. Se invece ne espliciti il messaggio, bè, allora non è più così bello. E il pubblico colto e sensibile dei film di Wenders forse avrebbe apprezzato di più il non-detto, che in altre sue opere, come Lisbon Story o The million dollar hotel, lascia più spazio all’immaginazione e all’esercizio critico.

L’evidente omaggio a Bergman (Il settimo sigillo) non avrebbe bisogno della nota finale aggiunta dal regista che ha dedicato il film al maestro svedese e a Michelangelo Antonioni, morti lo stesso giorno (il 30 luglio 2007) proprio nel periodo di lavorazione di Palermo Shooting.

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.