Papa Francesco negli Stati Uniti: quando la mitezza fa rima con chiarezza

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I discorsi di Papa Francesco al Congresso degli Stati Uniti e all’Onu

La talare bianca papale – inattuale abbigliamento –  stona alquanto in mezzo al contesto formale dell’alta politica, dove cravatte ben annodate e impeccabili tailleur fanno da padrone. Eppure l’alone di riverenza che emana quella figura ciondolante nel camminare, stupisce.

Quando è il Romano Pontefice ad aprir bocca e a pronunziarsi, quello che dice risulta raramente indifferente. Può suscitare assenso, disapprovazione, rabbia, o grida di giubilo; ma di rado lascia distaccati. Chi non è con me è contro di me…

Che il viaggio apostolico dell’ ormai – mi si conceda- super star Papa Francesco a Cuba e Stati Uniti fosse premeditatamente sotto il mirino dei riflettori mediatici era un fatto già assodato. Che le sue esortazioni non si sarebbero limitati al “vogliamoci bene”, lo si sospettava, ormai lo si conosce; in particolar modo quando sarebbe approdato negli States, il paese che rappresenta la quintessenza della contemporaneità. Però quando certe parole si sostanziano, solo allora se ne percepisce la portata.

Due discorsi: al Congresso degli Stati Uniti  e all’assemblea generale delle nazioni unite. Due platee internazionali in cui anche il minimo bisbiglio conduce ad esiti che si propagano in ogni angolo del pianeta. E di bisbiglio non si può certo parlare.

E’ vero, non ha detto nulla che non ci si attendesse da un Papa. Ma sono parole dure, esigenti, che mal convivono col tono pacato e sommesso con cui sono state pronunciate.

Gli ambiti toccati sono tanti, forse troppi. Prospettive di miglioramento che, se si verificassero nel giro di un anno, questo mondo diverrebbe un posto fin troppo piacevole in cui vivere, per tutti e non solo per pochi.  Sappiamo  – Papa in primis- che si tratta cambiamenti di lunga, lunghissima portata, forse eccessiva, ma che devono essere attuati, se non si vuole giungere alla deriva.

Alcuni temi mettono tutti d’accordo. Che la crisi ambientale possa portare presto ad una degenerazione delle condizioni di vita per la stessa specie umana, è una conoscenza di pubblico dominio; alcuni ipotizzano,  forse con filtro tropo cupo, persino alla stessa estinzione della nostra razza.

Ancora. La povertà del mondo. La situazione paradossale per cui un’ampissima percentuale delle ricchezze, quasi tendente alla totalità, sia nelle mani di una irrisoria parte di popolazione. La prospettiva di un’equa distribuzione delle ricchezze. Chi potrebbe non essere d’accordo, almeno in linea teorica?

Tutti temi però che, come fa notare sottilmente e in filigrana il Pontefice, sottintendono la presenza di un Entità Creatrice, di un Qualcuno che stia “oltre”; di una morale insita nel pianeta, che non sia visto come semplice frutto del caso, un imprevedibile lancio di dadi.

Ma non sono mancati temi più scottanti, soprattutto davanti al Congresso. Oggigiorno, parlare di migranti e di accettazione significa scatenare spore di commenti. E la citata regola d’oro “non fare al prossimo ciò che non vorresti sia fatto a te”,  per incoraggiare un atteggiamento di maggiore accoglienza, potrà convincere alcuni, ma non tutti. Come d’altronde il tema della bellezza della famiglia tradizionale e della sua difesa, una lotta portata avanti indefessamente dalla pastorale cattolica; altro tasto toccato dal pontefice,  e altro nervo che stimola facilmente fitte di disappunto.

Per non parlare della questione degli interventi militari e del traffico d’armi illegali. Ambiti in cui il cittadino medio ha ben poco margine d’azione, lasciando libere le “alte sfere” di comportarsi come meglio preferiscano.

Insomma, tante, tante cose. Forse troppe. Probabilmente, ciò che viene richiesto dal pontefice non è tanto un attivismo immediato. Una ansia di prestazione che porti immediatamente ad interventi radicali di cambiamento. Ciò che auspica, si può ipotizzare, è più che altro un momento di riflessione. Gli uomini profondi cercano principi, quelli superficiali si affannano in cerca di metodi. E sono valori, quelli proposti; direttive etiche, morali e sociali, su cui meditare prima di agire. Valori che, ovviamente, perderebbero di senso, se non tramutati successivamente in azione.

Proprio quello che aveva dichiarato esplicitamente nel medesimo contesto, cinquant’anni prima, il suo predecessore Paolo VI; frase citata dallo stesso Francesco: “È l’ora in cui si impone una sosta, un momento di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi […] si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo [poiché] il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi risolvere molti dei gravi problemi che assillano l’umanità […] l’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo”

Ad un mondo che corre forsennato, forse senza un’idea della meta, sembra dire di andar piano, riflettere e pensare al da-dove-si-viene e, soprattutto, al dove-si-va. Perché, Seneca docet, non c’è vento favorevole per chi non sa in che porto giungere. Nella ferma convinzione che la felicità sia una meta raggiungibile solo alla velocità di sessanta minuti all’ora.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.