Papa Francesco spolvera l’Europa

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Quando nel mezzo del Parlamento Europeo è un uomo vestito di bianco a parlare, si tratta di uno di quegli eventi che non si ripetono tutti i giorni. Eppure è quello che è successo: una cornice di uomini incravattati, l’eminenza politica del nostro continente, in silenzio ad ascoltare.

Da sempre il Pontefice della Chiesa Cattolica – nonostante tutte le vicissitudini della storia- si è affermato come autorità morale a vocazione universale. Nel caso del Papa attuale, si può dire che questa occorrenza si affermi con una forza ancora più evidente: non c’è uomo sulla faccia della terra che riesca a mettere più persone d’accordo con ogni parola – o quasi – che esca dalla sua bocca.

A farci caso, tuttavia, i suoi discorsi di martedì 25 Novembre al Parlamento Europeo e al Consiglio  d’Europa, schiaffati nelle vetrine delle testate giornalistiche e dei TG di tutto il mondo, non hano niente di – potremmo dire- “straordinario” nel loro contenuto: semplicemente quello che ci si aspetta che un Papa dica in una situazione del genere, verrebbe da pensare. E forse questa affermazione non si discosta più di tanto dalla realtà dei fatti, se non fosse per una insita pretesa banalizzante.

I temi sono quelli canonici della predicazione di Papa Francesco: la pace nel mondo e, nel caso specifico, in Europa, la povertà, l’accoglienza, l’ecologia…

Forse perché il suo vero intento, i cui segnali strisciano e affiorano in maniera puntiforme all’interno del suo discorso, era piuttosto quello di svegliare quel vecchio continente diventato ormai troppo vecchio e indolente : “All’Europa possiamo domandare: dov’è il tuo vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di verità, che hai finora comunicato al mondo con passione?”. Una situazione paradossale: un argentino che striglia l’Europa che viene definita “nonna, non più fertile e vivace

Da “cittadino acquisito”, e in virtù della delicata funzione che ricopre, si sente in dovere di rianimare questo grande gigante del passato, che sembra ormai stanco, spossato da secoli di lotte e distruzioni. “Un’Europa un po’ stanca, pessimista, che si sente cinta d’assedio dalle novità che provengono da altri continenti”  quasi che l’unico compito rimastogli  possa essere quello di resistere il più possibile, sperando che il proprio ruolo di protagonista permanga più per inerzia tradizionale che per qualifiche effettive e attuali.

E come riuscire a rimanere protagonisti nel futuro? Non dimenticando il ruolo di protagonista ricoperto nel passato, ovviamente. Efficace l’immagine che il Papa prende in prestito dal poeta del ‘900 Clemente Rebora (la cui produzione artistica è fortemente segnata dalle ferite della Guerra): quella dell’albero le cui fronde tendono verso il cielo, avendo le radici ben fissate nelle profondità della terra. Ebbene, questa è l’Europa: un paese  e – conseguentemente- un patrimonio culturale e sociale che tendono verso l’alto, verso le mete più sublimi, ma che per far questo sente – o dovrebbe sentire – la necessità di rimanere ancorato al suo passato, alla sua cultura “Qui sta forse uno dei paradossi più incomprensibili a una mentalità scientifica isolata: per camminare verso il futuro serve il passato, necessitano radici profonde, e serve anche il coraggio di non nascondersi davanti al presente e alle sue sfide. Servono memoria, coraggio, sana e umana utopia

Un passato quindi che non deve avere la funzione asettica, polverosa, da reliquia museale, ma al contrario dinamico, attivo nel presente, chiave di codifica per le serrature del futuro. Solo così il vecchio continente potrà godere di una nuova giovinezza: perché anche se i corpi invecchiano e le generazioni si succedono come le foglie, le idee restano, attuali e feconde, ieri come oggi, oggi come domani, come  fusti degli alberi secolari, arricchiti anche dalla foglie ormai perdute.

Un’Europa che non deve neppure dimenticare la sua tendenza verso il trascendente. Un’Europa “tra cielo e terra”, si potrebbe dire, ben fotografata dal Papa con un esempio calzante: “permettetemi di ricorrere a un’immagine. Uno dei più celebri affreschi di Raffaello che si trovano in Vaticano raffigura la cosiddetta Scuola di Atene. Al suo centro vi sono Platone e Aristotele. Il primo con il dito che punta verso l’alto, verso il mondo delle idee, potremmo dire verso il cielo; il secondo tende la mano in avanti, verso chi guarda, verso la terra, la realtà concreta. Mi pare un’immagine che ben descrive l’Europa e la sua storia, fatta del continuo incontro tra cielo e terra, dove il cielo indica l’apertura al trascendente, a Dio, che ha da sempre contraddistinto l’uomo europeo, e la terra rappresenta la sua capacità pratica e concreta di affrontare le situazioni e i problemi”

Ed è forse questo il messaggio che Papa Francesco ha voluto manifestare, non solo ai membri del parlamento diligentemente seduti in ascolto, ma anche – per non dire soprattutto- a tutti noi Europei, cittadini comuni,  schierati in prima linea.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.