Parkour e l’arte dello spostamento

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Parcours du combattant, dal francese “i percorsi del combattente”. Una K più aggressiva, via la “s” finale e si arriva alla dicitura Parkour. E’ questo il nome della nuova moda giovanile che va contagiando adolescenti e giovani. Un movimento che dal 25 al 27 marzo scorso, con i suoi migliori esponenti, ha fatto tappa a Milano per un meeting internazionale. Obiettivo del parkour è arrivare da un punto all’altro della città senza fermarsi e nel modo più rapido possibile. Nessun ostacolo dinnanzi né muri né strade né palizzate: si va da un punto A ad un punto B di una città, sarà poi nelle capacità di ciascuno trovare i modi per farlo. Questi particolari gruppi di atleti si chiamano traceur, tracciatori, perché sono creatori di percorsi. Atleti sì perché questa disciplina, nota anche come art du dèplacement, richiede le abilità fisiche, l’allenamento tipiche di un vero sport. Gli stessi nomi denunciano l’origine del parkour, scritto in breve PK. La Francia, agli inizi degli anni ’80, in ambiente metropolitano. D’Oltralpe il suo fondatore, tale David Belle, che trent’anni fa prese ispirazione da un metodo di addestramento militare, il quale partiva dal principio che il miglior modo per allenare un uomo fosse la pratica nei movimenti quotidiani e nelle situazioni che la natura e l’ambiente circostante gli pongono innanzi. Il PK non è solo esercizio fisico, ma dietro c’è una vera filosofia di vita che non è tanto quella un po’ becera e fasulla del “no limits”, perché i limiti di ciascuno vanno, anzi devono, essere riconosciuti da un buon traceur, ma quella di imparare a gestire le difficoltà, gli ostacoli senza girarci attorno, entrare in contatto con l’ambiente che ci circonda. Al parkour si affianca il free running, il quale non ricerca la mera “efficienza” e rapidità degli spostamenti, ma accompagna ai movimenti del pK acrobazie e movimenti estrosi, provati e appresi in palestra. Il parkour come via di fuga Nato per essere tutto ciò che è utile in una situazione rischiosa, per fuggire da un aggressione o ad un qualsivoglia pericolo. Per distinguere cosa è parkour da cosa non lo è, infatti, basta pensare ad una situazione di fuga: tutto quello che può tornare utile per fuggire è parkour. Il PK è una “fuga” anche in senso metaforico: dalle convenzioni, dalle strade già battute, dalla “massa”. Dietro quest’idea c’è la necessità di riappropriarsi di spazi urbani divenuti sempre più anonimi. Non a caso l’arte dello spostamento nasce nei sobborghi di Parigi per rispondere alle colate di cemento e d’asfalto, tentando di dare una risposta originale al grigiore cittadino. Insomma una sorta di adattamento e di riconquista del mondo in cui ci si è ritrovati a vivere. Privo come molti moderni quartieri di spazi veri in cui giocare, i traceur provano così a ricavare spazi ludici in quelle stesse strutture, come i muri di cinta e le ringhiere, nati per scoraggiarli. Una sorta di sfida inoltre a quella proprietà privata che sembra limitare gli spazi di manovra e i luoghi di ritrovo. Se le metropoli e le città moderne, in effetti, vanno trasformandosi in giungle urbane, adattarsi ad esse vuol dire imparare a spostarcisi, il più rapidamente possibile, in modo semplice e veloce. E per riuscirci gli strumenti sono corse, salti, volteggi, cadute e arrampicate che ciascuno compie con il proprio stile. La creatività, il ritenerlo un modo di espressione di sè, la scoperta di ciò che il proprio corpo può fare è ciò che più alletta i novizi. Nessuna gara, nessun torneo nè spirito di competizione se non con se stessi, il PK è un movimento che tende ad aggregare giovani, in maniera rapida e capillare. La composizione dei gruppi è spesso molto eterogenea perché ciò che serve è solo l’interesse vero questo movimento. Anche tramite i video sul web delle acrobazie dei traceur, questo street sport si è diffuso in breve in più punti del globo e non è insolito vedere atleti palestinesi, oltre che italiani, statunitensi , finlandesi, brasiliani… Lo sguardo della società Ma per il parkour non sono tutte rose e fiori. La chiave di lettura in molti ambienti è quella della trasgressione, della ricerca dell’estremo e del rischio, della violazione della proprietà privata. I primi articoli giornalistici, infatti, hanno guardato al fenomeno prima come allarme sociale e solo successivamente con curiosità. Ma la sensazione di chi è casuale spettatore di queste evoluzioni è che “ci si possa far male”. Sensazioni cui i diretti interessati rispondono spiegando che ogni minimo gesto è studiato proprio per ridurre al minimo questa eventualità. Le notizie a sostegno non mancano perché molto spesso è facile deviare dalle intenzioni originali di un idea: capita così che l’inesperienza provoca cadute rovinose e conseguenti ferite, anche serie, o danni a beni pubblici e privati perché l’atterraggio non sempre è dei migliori. Come il fenomeno del flash mobbing, anche il parkour inizia ad essere sfruttato dalla pubblicità e a fini commerciali. Lì dove i “creativi” vedono una forma di espressione moderna, infatti, sono rapidi nel trasformarlo in spettacolo e come tale, a tirarne fuori o associare l’aspetto economico. E come spesso accade sono gli stessi giovani ad offrire i fianchi a questo tipo di dinamica, allettati da qualche click in più per i propri video caricati nel web o da una fama effimera. Ma il rischio più forte, anche se meno evidente, è che questa forma d’espressione, esteriore, seppur originale, bella e creativa, sia una risposta effimera e superficiale ai bisogni che sono sottesi: di protagonismo, di libertà, di espressione di sé, di libertà. Articolo tratto da Dimensioni Nuove.  

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