Parla come bevi

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Parliamo complicato, parliamo davvero, parliamo come beviamo.

Storcono la bocca con fare melodrammatico, sollevano le gote per ridurre gli occhi a due feritoie e poi ci guardano, oh, come sanno guardarci, prima di tirar fuori il grande classico: “Parla come mangi!”.

Non ci capiscono, tutto qua. Cosa sono queste complicanze verbali, queste storie intrecciate di pronomi e avverbi? La vita è già difficile di suo, ci manca solo che la descriviamo con preistorici paroloni. E poi per far che? Per sfoggiare forse la nostra cultura scolastica, per sussurrare “io lo so” al nostro interlocutore? Un monumento all’umiltà, proprio!

Dopo il Parlacomemangi si vive un forzato, umiliante silenzio. Il mutismo da dopopranzo, la reticenza pomeridiana delle due di domenica, dopo la sfinente pasta al forno, le ingombranti cotolette con contorno di pachidermiche patatine seguite da un tiramisù che più che sollevare ci butta giù, in complotto con la gravità.
Parla come mangi, già, ma si mangia complicato. S’ingurgitano migliaia di molecole di centinaia di composti diversi, si frigge a tutto spiano, si forzano i nipoti a vuotare in fretta i piatti.

Allora dovremmo parlare come beviamo: un sorso alla volta di acqua pulita. E quei due idrogeni e quell’ossigeno nell’eterno girotondo della chimica, a dimostrarci che le cose di cui più abbiamo bisogno nascondono una loro complessità dietro il velo del banale.

“Parla come bevi: sotto il sole dell’ignoranza fa’ che non evapori il tuo bicchiere di cultura; offrilo agli altri, lascia che te lo riempiano, attingi a quante più fontane possibili. E non permettere che gli spintoni ti facciano perdere preziose gocce per strada, guai a farsi zittire dal Parlacomemangi, che mai l’aggettivo pleonastico si fermi sulla tua lingua per paura d’un collettivo rifiuto”. Dovrebbero dirci questo, o qualcosa del genere.

Spalancarci i dizionari per far prendere respiro ai termini dimenticati: intelligenza, del resto, viene dal latino “intelligere”, letteralmente “leggere dentro”.

Così finalmente stiracchieranno le gambe il buon vecchio sacripante e il suo collega smargiasso (chi li usa più, ora a stento diciamo spaccone); si farà una passeggiata il verbo procrastinare, che poveretto non usciva da un po’, schiacciato dalle troppe pagine del vocabolario e dal più pratico rimandare; pingue e panzana si rivedranno dopo anni; il termine vetusto si sentirà per una buona volta giovane e scattante.

E sarà insomma un bel peregrinare di parole sulle labbra; molte abbandoneranno le stampelle per tornare a correre per l’aria. E sarà amore a primo ascolto, perché esse hanno suoni gradevoli, perché esse sono basamento del nostro essere, eredità immensa che qualcuno ha pensato per noi, frutto dello scervellamento di uomini antichi che ci tenevano tanto a trovare il giusto modo di dire, e le foggiavano attentamente come vasi di porcellana perché le nostre teste ne diventassero un giorno musei.

Mamma Italia, donna astuta, dalla voce sensuale, fine, sa dirci molto più di zia Inghilterra, la semplicistica signora del “The book is on the table“. Mamma Italia sa che un amico che s’offre per l’altro sta meglio di uno che soffre, mamma Italia sposta apostrofi, virgole e vocali, e da brava maga fa comparire significati nuovi dai cilindri della conoscenza. È per questo che le dispiace il weekend al posto di finesettimana, il lip gloss che dà il cambio al lucidalabbra, la location invece dell’ambientazione: pare che ci abbia allevati la zia (mentre i cugini inglesi dei nostri insegnamenti colgono “pizza” e poco altro).

Torniamocene a casa, abitiamola davvero, esibiamola come una pelliccia; e parliamo complicato, parliamo davvero, parliamo come beviamo. Lo straordinario abbraccio di due idrogeni e un ossigeno, per dissetarci realmente l’anima senza perderci in un bicchier d’acqua.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.