Parlare con l’anima

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La persona che guardo con timore, con speranza, con desiderio, con aspettative, con pretese, non è una persona ma solo lo specchio torbido del mio volere.

In mondo dove le canoniche 24 ore sembrano non bastare più, dove le giornate non si dividono più in momenti ma in attività, dove la routine appare come una bestia affamata che si nutre della noia e della nostra incertezza, l’uomo del XXI secolo è sempre più rinchiuso in una gabbia di formalità e indifferenza. Spaventato da ciò che non conosce, preferisce distogliere lo sguardo e guardare altrove. Tutto ciò è facilmente intuibile dal suo linguaggio distaccato e anaffettivo, un linguaggio incapace di “parlare con l’anima”.

Come descritto da Hermann Hesse nella sua opera “Il mio credo”, la capacità di parlare con l’anima è intrinseca in ogni uomo che si rapporta con un suo simile senza una finalità nascosta se non quella di esprimere genuinamente quello che pensa, che la sua anima pensa. Con il tempo però l’uomo moderno, figlio dell’industrializzazione, deve adottare delle misure di precauzione; ecco quindi sopraggiungere la gabbia di formalità prima citata. Nel cuore dell’uomo si instaura una profonda xenofobia, dove però lo straniero non è necessariamente l’individuo nativo di un paese lontano, bensì il compagno di banco, il collega a lavoro o il vicino di casa, rei soltanto di essersi avvicinati, avere chiesto l’ora o aver espresso un pensiero ad alta voce. In quel momento, mentre ho alzato lo sguardo per poterne incrociare gli occhi, la persona che guardo con timore, con speranza, con desiderio, con aspettative, con pretese, non è una persona ma solo lo specchio torbido del mio volere. La osservo, consciamente o inconsciamente, con una serie di interrogativi riduttivi e mistificanti: è una persona affabile o altera? Ha considerazione per me? Gli si può chiedere denaro in prestito? Mastica qualcosa di arte? Ed ecco che, in base alle risposte che mi sono dato, ho rinchiuso quell’individuo in un banale stereotipo di ciò che mi appare, oltre questo non vedo nient’altro e quel poveretto nel frattempo si è accorto del cambiare del mio viso e si sta interrogando sul perché il suo interlocutore sembra guardarlo come se lo conoscesse da anni.

L’anima in tutto ciò è assente, qualora ci fosse stata, il dialogo si sarebbe svolto in maniera diversa e sicuramente più genuina, il problema però è che ci risulta sempre più difficile parlare con l’anima, poiché la velocità con cui viviamo le nostre 24 ore non ce lo permette e anzi agevola quelle persone che non lo fanno, che non si fermano a scambiare due parole, che non hanno tempo neanche per un semplice “ciao”, detto magari di fretta mentre si sta prendendo la metro per andare a lavoro;ma nonostante questo carico di significato. Tali persone hanno preferito mascherare un sorriso di fronte all’amore della propria vita allo scopo di entrare perfettamente nel cinico mondo della società moderna: dove è finita la loro anima? Probabilmente stipata in qualche buio antro del loro inconscio, sempre pronta a riaffiorare ad ogni minimo segnale di spontaneità da parte del prossimo.

Proprio così da oggi ci possiamo tutti improvvisare guaritori e dottori; la medicina è semplice e alla portata di tutti: ascoltiamo la nostra anima e parliamo per essa, rigettiamo i rigidi schemi della società moderna, atti a trovare una finalità in qualunque cosa, diciamo anche noi “noli me tangere” al nostro cinismo, e offriamo un sorriso a chi per paura lo tiene nascosto.

Sono un ragazzo di 17 anni e frequento il terzo anno del Liceo classico della mia città,Catania. Faccio dell'ironia il mio stile di vita, farei di tutto pur di strappare un sorriso. Nel tempo libero mi trovate con un paio di cuffie alle orecchie e un libro per mano. Il mio autore preferito? Senza dubbio Orwell