Parole dal C.A.V. – Un bel maschietto

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È successo alcuni anni fa, ma è rimasto nel mio cuore.
Tra le tante storie ascoltate e le vite sfiorate, alcune di esse hanno lasciato un’impronta.

Tutto è iniziato con la telefonata di una ginecologa di un consultorio pubblico, aveva davanti a sé una donna che aveva chiesto di abortire, ma non era convinta.
La donna era incinta di circa quattro mesi, doveva pertanto ricorrere ad un’interruzione di gravidanza avanzata e le motivazioni di fondo, mi spiega il medico, erano economiche.
Esatto, economiche. Nessun grave rischio di salute, come dice la legge in materia (194/78 art.6), solo problemi materiali e concreti.

Nel giro di pochissimo la donna viene a colloquio al CAV, si presenta con la figlia minore, di poco oltre l’anno. Sono così belle, si assomigliano, stessi colori, stesso viso. La mamma ha un pancino visibile. Dopo le prime frasi, ed i primi silenzi, mi dice: “Io non sono pazza, eh? Ho il certificato dello psichiatra ma non sono pazza. Me lo ha fatto per farmi abortire, non mi ha neanche visto”.
Mi spiega che lei ed il compagno hanno due figlie, l’altra ha sei anni. Lavora solo lei come operaia per una ditta di pulizie, lei con le bambine abitano ospiti da parenti, il giovane abita un po’ qua ed un po’ là. Non potranno continuare questa situazione ancora per molto ed un terzo figlio… in queste condizioni…
Durante il nostro primo incontro ascolto molto, parlo poco, spiego anche che tipi di aiuti potremmo dare loro. Molta delicatezza, piedi di piuma. La donna piange, cercando di nascondere le lacrime alla piccola lì accanto.
Decidiamo di rivederci dopo che avrà parlato di nuovo con il compagno.

Ci rivediamo pochi giorni dopo. Appena seduta mi dice che, mentre veniva da me, ha sentito il bambino muoversi nel grembo.
Il piccolo è diventato ancora più reale. Come il dolore di rinunciare a lui.
Di nuovo ascolto molto, e non solo le sue parole. Ne ascolto i silenzi e la sofferenza. La bimba che guarda entrambe, un po’ confusa. Ha la faccina di un orsacchiotto di peluche.

Se lei lo avesse permesso, era mia intenzione aiutarla, oltre al piano psicologico, anche a livello pratico ed economico, prima di tutto facendo la richiesta di un Progetto Gemma. Questo progetto è una specie di adozione a distanza, dove persone estranee ed anonime, tramite una fondazione, erogano un cifra mensile per consentire ad una mamma a portare avanti la gravidanza, per aiutarla a superare difficoltà economiche. Soltanto un centro aiuto alla vita (od un altro servizio di aiuto alla vita) può fare tali richieste.

Tornando a noi, dopo alcuni incontri, molte riflessioni e notti insonni, questa mamma ha trovato il coraggio di andare avanti, con un bel salto nel buio, si è affidata al nostro aiuto.
Come assistente sociale, ho fatto la richiesta del progetto Gemma e poi mi sono messa in contatto con il servizio sociale territoriale di competenza. La sua situazione alloggiativa era divenuta insostenibile, i parenti non volevano un bambino in più, le spese erano troppe.
Questa giovane famiglia ha fatto un ulteriore passo coraggioso, ha deciso di affidarsi anche ai servizi sociali. La donna e le bambine hanno acconsentito ad andare ad abitare in una casa famiglia, mentre il padre avrebbe impiegato ogni sua energia nel cercare lavoro e, successivamente, un’abitazione.
I sacrifici sono stati tanti, per tutti loro. Vivere una gravidanza senza vedere il compagno tutti i giorni, le bambine che non potevano essere messe a nanna dal papà,un ulteriore cambiamento di abitudini e l’accettazione di essere presi in esame dalle istituzioni.
Poco tempo dopo l’inserimento della donna in struttura, la pancia le è cresciuta notevolmente, la sua eccessiva magrezza dovuta alla stress ed alle preoccupazioni è diminuita; ha terminato la gravidanza ed ha partorito un maschietto.

Il padre, pieno di gioia per il nuovo arrivo, è venuto più volte al centro, per essere consigliato, indirizzato, ascoltato. Con grande fatica ha trovato un lavoro come facchino e, insieme alla maternità della moglie, sono riusciti a prendere una piccola casa; li abbiamo aiutati con una parte della caparra e l’uomo piano piano ha sistemato l’alloggio, mentre la donna ed i bambini restavano in struttura.
Li abbiamo sostenuti con il vestiario per il piccolo, pannolini ed alimenti, per permettere loro di risparmiare ogni euro. Ci sono voluti diversi mesi ma la famiglia si è riunita con un componente in più.

È scontato dire che le difficoltà non sono svanite del tutto, ma è certo che tutti loro hanno acquisito una consapevolezza, un coraggio ed un unione maggiore. Si sono resi veramente conto dell’amore che li teneva uniti e li faceva lottare ogni giorno.

Cosa abbiamo fatto veramente? Aiuti materiali ed economici, certo, ma soprattutto un’altra cosa. Ve la riassumo così: una volta che il giovane padre venne al centro, disse ad un’altra operatrice, parlando di me,”se non era per questa ragazza… non avrei mai avuto il mio maschietto!”

 

Articolo scritto da Lilla Sunlife

 

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