Passaggio di testimone

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Leggendo e scoprendo le storie dei giornalisti morti per mano delle mafie, si può solo reagire con indignazione, provando ammirazione per uomini alla ricerca di verità e di giustizia.
Ma ho provato a leggere le loro storie cercando di immedesimarmi in uno di loro. Se io fossi un giornalista alle prime armi come li giudicherei? Che posizione dovrei prendere se dovessi iniziare una carriera basata sul tipico giornalismo d’inchiesta del vecchio quotidiano palermitano L’Ora?
Certamente avrei paura. Saprei di andare incontro a morte certa. Mi metterei contro la mafia, quella che uccide, quella che rapisce, tradisce, guadagna ma spesso finge e s’indigna.
Se pensassi da aspirante giornalista, considererei questo mestiere vietato ai deboli di cuore. Solo gente con coraggio da vendere è in grado, non solo di schierarsi contro la mafia, ma anche di rivoltarsi a questo sistema marcio di corruzione e violenza.
E quando dico rivoltarsi, intendo persino andare contro i propri interessi. Come ha fatto Peppino Impastato. Ha sputato nel piatto dove mangiava. Da figlio di mafioso avrebbe dovuto proseguire la tradizione di famiglia, ma ha trovato il coraggio, e soprattutto le motivazioni per denunciare con un giornalismo insolito le nefandezze di un piccolo paese, da cui inevitabilmente era avvinghiato. Al di là delle sue origini, era difficile passare inosservati in un piccolo centro.
Più o meno, vale lo stesso discorso per Beppe Alfano. Barcellona come Cinisi. Se racconti i loschi affari di un piccolo borgo nel piccolo borgo, prima o poi fai una brutta fine. E – diciamocela tutta- se non sei neanche iscritto all’ordine dei giornalisti ma ti immetti nel sistema dell’inchiesta antimafia, beh, te la sei cercata. Se sei un rompiscatole devi morire. È naturale! Anzi, è strano se non accade. Ormai è consuetudine.
Non è strano che Giovanni Spampinato è stato ammazzato per aver seguito casi di malaffare nella politica. Ne piangiamo la morte. Ma noi piangiamo sorrisi di giornalisti che, per l’appunto, sorridevano quando scoprivano qualcosa di nuovo.
Come ad esempio Mauro Rostagno. Aveva scelto la Sicilia. Aveva scelto lui quella vita. E – perché no?- anche quella morte. Sapeva che occupandosi di loschi affari non ne sarebbe uscito vivo.
Anche Mauro De Mauro lavorava a qualcosa di grosso, al caso Mattei. E ci ha rimesso la vita. Ma era stato giocato da uno che era solito alle carte false. Verzotto non era nuovo all’intrigo e al tradimento. Non gli importava delle ideologie, ma solo del proprio tornaconto.
Walter Tobagi invece era un buon osservatore. Lui le ideologie le studiava e dava la possibilità a tutti di potersi esprimere. Era furbo. Poteva coglierne pregi e difetti. Ma se quelli escono fuori sono guai.
Alla medesima maniera, Mario Francese dava parola un po’ a tutti. Ha dato voce a Nicoletta Bagarella. Non l’ha giudicata. Era un maestro nel proprio lavoro. Aveva intùito. Aveva capito che gli appalti portano big money alla mafia e a chi la favorisce. Boss e potenti.
Ecco allora che uno come Carlo Casalegno arriva e si chiede “Perché non possono essere giudicati anche i potenti?”. Una logica ovvia. Ma anche assassina.
La mafia, se ha paura di qualcuno che possa portare alla luce i propri affari, passa all’omicidio e al depistaggio. Vedi Cosimo Cristina.
Ma volevo soffermarmi su un aspetto particolare. Pippo Fava, uomo eclettico dalla grande personalità, ha manifestato grande competenza e capacità di fare giornalismo autentico in una città che indossa una maschera. Perché fuori mostra un finto attaccamento alla legalità e a falsi principi morali, mentre dentro è logora perché sfalsata dalla sete di potere e dalla ricchezza.
Come è possibile applicare forme autentiche di giornalismo in posti intrisi di mafia come quelli dove hanno lavorato queste penne della realtà? Come è possibile pensare che si possa vincere in un Paese dove Giancarlo Siani raccontava di una Camorra ancora attuale? Ieri come oggi. È forse tutto vano? Tutto sprecato? È tutto inchiostro rosso versato per nulla? O qualcuno saprà cogliere il testimone lasciato e saprà continuare il lavoro iniziato? C’è la speranza di un luogo dove un giornalista non debba occuparsi di Mafia?

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Passaggio di testimone
Autore: Autori vari
Genere: Testimonianza
Editore: Navarra editore
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 81
Francesco Pirrotta

Sono uno studente di ingegneria. Amo la matematica, la lettura, la scrittura, l'attualità, lo sport e la politica. Sono un sognatore: sto coi piedi per terra, ma con gli occhi all'insù. La penna, per me, è solo uno dei modi che ho per migliorare il mondo.