Per chi o perché? La fatica dello studio!

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Imparare è un’esperienza; tutto il resto è solo informazione. (Einstein)

Quando si parla di scuola o di università, in televisione o nei dibattiti pubblici, coloro che intervengono di solito sono gli adulti: docenti, dirigenti, esperti, genitori. Gli studenti, come spesso accade in classe o in aula, subiscono e basta, magari esprimendo le proprie idee sui social network. Chi non ha mai provato a dire qualcosa su una questione non legata alle discipline e si è sentito rispondere dal prof.: «Poi ne parliamo» o «sei ancora troppo giovane» oppure «tu non puoi capire»? Qualcun altro avrà fatto la stessa domanda, magari senza troppe aspettative, ed è rimasto stupito dalla risposta del Prof.: «Dimmi pure, mi interessa molto ciò che pensi» o anche «certo, parliamone insieme»!

Nelle “Terre dell’educazione” ci deve essere un forte e costante desiderio di ascoltare la viva voce degli studenti sui temi della scuola e dell’università,  e sul senso che ha per loro studiare, come nel caso di Serena: «La scuola che vorrei? Bella domanda! A scuola mi trovo bene, mi sento realmente a casa con i compagni affettuosi e professori-amici. Però non ho più la voglia di studiare e di approfondire che avevo un paio di anni fa. Mi sento come se tutto dipendesse da un 6 o da un 8, so che non deve essere così ma, a furia di sentirmelo ripetere, mi sto convincendo che sia giusto». Sì, dinanzi allo studio e alle fatiche che ne derivano, gli educatori devono suscitare queste fondamentali domande rispondendo alle quali non c’è voto che valga, basso o alto che sia: “Per chi studio? Cosa vuol dire per me studiare? Come vivo lo studio? Come si può trasformare la nostra vita di studenti in vita vissuta?”.

Qualcuno dirà che già bastano le domande dei Proff. nelle interrogazioni e agli esami, ma qualche piccola risposta basata sull’esperienza, per affrontare lo studio in modo nuovo e forse più interessante, si può tentare di dare. Innanzitutto si tratta di valorizzare il positivo in ciò che si studia, cioè cercare qualcosa che abbia un legame con la nostra vita, un aspetto che ci piace particolarmente, almeno un dettaglio, su cui poi costruire il resto, che attira l’attenzione e non annoia. La seconda operazione è in effetti un po’ strana poiché richiede simpatia verso gli autori o gli argomenti che si studiano, cercando di capirli. Il senso dell’operazione è questo: cercare in ambito letterario il “contatto” con l’autore, scoprendo magari che la sua vita, le esperienze, quanto ha scritto, hanno qualcosa in comune con me; dall’altro lato, nel caso di discipline tecniche o scientifiche, scovare le applicazioni concrete nelle vita quotidiana di quell’argomento. L’ultima operazione da compiere è la ricerca prima dell’essenziale, poi del particolare, cioè andare al cuore delle cose, delle tematiche, partire dal centro e non dalla periferia.

Belle parole, diranno i pessimisti delle “Terre dell’educazione”, ma come si fa a giustificare e superare la fatica dello studio? Non ci sono ricette e quelli di prima sono solo dei suggerimenti, ma si può ancora dire che non c’è cosa bella che non richieda fatica: quando si fa palestra, si fatica per ottenere un corpo in forma; quando si pratica uno sport, l’allenamento stanca per realizzare risultati; quando ci piace qualcuno e ci si innamora, non è mica facile conquistarlo! Da qui la voglia di cercare, capire il legame tra le cose, insistere, approfondire personalmente, per spiegare tutte le fatiche. Insomma, studiare è come appassionarsi a qualcosa di cui non comprendiamo tutto subito, ma che pian piano va delineandosi come un bel tappeto finito il cui intreccio nel retro non era prima comprensibile. Studiare può essere allora come l’attrazione di un ragazzo per una ragazza e viceversa. Chi realmente cerca il vero amore, “da tutto si fa aiutare per il vero amore” e allo stesso modo vale per la fatica dello studio. Comprendiamo pian piano, dunque, che non c’è niente del nostro stare sui libri o in aula ad ascoltare o a scrivere che sia lontano dal vissuto di tutti i giorni, dalle passioni, da ciò che ci piace.

Certo la fatica è tanta, spesso non trova soddisfazioni, troppe volte non c’è un riconoscimento da parte dei docenti, e così tutto diventa più pesante, si mostra anche inutile e incomprensibile. Gli ostacoli, poi, possono essere superati con l’esercizio costante, l’accompagnamento di qualcuno che ti vuole veramente bene e una buona compagnia, un gruppo di persone stimolanti, serene, amiche. Così Francesco può dire: «Ciò che mi spinge a studiare tutti i giorni sono gli obiettivi da raggiungere per il mio futuro e per questo ho bisogno di un “pezzo di carta”. Con questo non voglio dire che studiare sia tutto un peso, poiché mi sono accorto di quanto si possa formare un pensiero sulle cose e crescere. Ecco, dunque, a cosa servono tutte quelle nozioni: a non dare nulla per scontato e soprattutto a pensare, pensare, pensare».

(Tratto dal nuovo libro di Marco Pappalardo, Nelle Terre dell’Educazione,  San Paolo editrice)

Ufficialmente Prof. di Lettere in un liceo di Catania, quando mi tolgo gli occhiali, entro in una cabina telefonica e indosso una tuta col mantello sono anche giornalista, scrittore e educatore...o forse è il contrario?! Sicuramente mi piace vivere con i piedi per terra, lo sguardo in cielo e le maniche rimboccate per agire.