Per dono

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Un cappio intorno al collo. Gli occhi bendati. Dentro un buio profondo, un silenzio assordante. Eppure intorno c’è tanta confusione. Le voci si accavallano in un teso mormorio di sottofondo: c’è chi applaude, chi piange, chi prega. Qualcuno tace. Passato e presente si fondono in una dimensione senza tempo, dove anche il futuro è già stato vissuto. La sedia oscilla sotto il peso di un corpo troppo pesante, straziato dal dolore e dalla paura. Tra pochi istanti la vita abbandonerà quel corpo. Labile è il confine tra la debolezza di un uomo e l’eternità dell’universo, fra la speranza e la rassegnazione, tra la vita e la morte. E il terrore sale, alimentato da un’attesa logorante. Un’attesa fatta di sguardi a occhi chiusi, di parole senza suono, di rimpianti. All’improvviso un sonoro schiaffo rompe il silenzio. E proprio quando il buio sembra annullare ogni cosa, ecco un inaspettato bagliore. Ricomincia a splendere la luce, a vibrare l’aria, a scorrere il tempo. E un uomo ricomincia a respirare. Ritorna la vita.

La vicenda si svolge in Iran. Balal è un giovane ventiseienne: sette anni prima ha ucciso a coltellate un suo coetaneo durante una rissa di strada. Gli è stata comminata la pena capitale. Con grida strazianti sua madre implora pietà. Balal è sul punto di essere giustiziato quando Samereh, la mamma del ragazzo assassinato, decide di interrompere l’esecuzione. Si avvicina al patibolo, lo schiaffeggia e lo perdona davanti a una piazza gremita di persone venute ad assistere all’impiccagione. Le due madri si stringono in un lungo abbraccio. Non ci sono più vittime né carnefici. Alcuni applausi si levano dalla folla, applausi di gratitudine e di ammirazione per un gesto di incredibile coraggio. Il cappio si allenta, tornano a scorrere il sangue e i pensieri. Quella mano che avrebbe dovuto far cadere a terra la sedia di Balal, si tende generosa per restituirgli la vita. E il perdono irrompe in tutta la sua divina umanità. Nelle lettere che compongono la parola stessa risiede il significato più profondo: per-dono. Un atto di estrema generosità, di infinita benevolenza, che rende l’uomo degno di guardare alla perfezione di un grandioso disegno, imperscrutabile ai nostri occhi, non ai nostri cuori.

In una società in cui violenza e prevaricazione sono diventati valori assoluti, il gesto di Samereh risulta esemplare. E’ il gesto di chi ha compreso cosa significhi superare risentimento e rancore per rimarginare le ferite causate dall’odio. “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.” Questo è il monito che Papa Giovanni Paolo II rivolgeva nel 2002 a tutti gli uomini, credenti e non credenti, in occasione della Giornata Mondiale della Pace. Con la sopraffazione non si ottiene la concordia, ma si acuiscono i conflitti e le ostilità. Perdonare significa sopprimere il desiderio di vendetta, dimenticare le offese e concedere una parte di sé agli altri. Nell’abbraccio di quelle due madri risiede l’espressione più intensa della comprensione umana. Perché perdonare significa anche comprendere il dolore altrui. Nella vendetta non c’è riscatto. Il riscatto è nel sorriso di chi è pronto a tendere una mano. Per Balal quello schiaffo è stato la salvezza. “Avrei voluto che qualcuno me lo avesse dato quando volevo portare un coltello con me”, ha dichiarato in un’intervista televisiva. Samereh quel giorno non ha solo salvato la vita di Balal, ha anche trasformato la sua esistenza, dimostrandogli che c’è sempre un’altra occasione per migliorare e migliorarsi. Grazie al perdono è possibile riparare agli errori commessi e ricominciare a vivere. Henri Lacordaire scriveva: “Volete essere felici per un istante? Vendicatevi! Volete essere felici per sempre? Perdonate!”

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.